Il rabbino che demolì la leggenda nera di Pio XII

Lo storico ebreo David Dalin rende giustizia a un grande pontefice che si oppose sempre al nazismo.

di Roberto Persico (13/09/2007)

Un suo articolo uscito anni addietro sul Weekly Standard (26 febbraio 2001) aveva suscitato un vespaio: un rabbino che chiede, pubblicamente e con abbondanza di argomentazioni, che Pio XII, “il Papa di Hitler” accusato di complicità nello sterminio degli ebrei o quantomeno di connivenza col nazismo, sia incluso fra i “giusti” è certo un evento che fa notizia.

Rabbi David G. Dalin
Rabbi David G. Dalin

A firmare la clamorosa apertura era stato rabbi David Dalin, uno degli esponenti di spicco del conservatorismo ebraico, quella corrente del giudaismo che combina un fermo rispetto dei princìpi religiosi tradizionali con una leale apertura alla civiltà moderna e ai suoi metodi di critica storica. Non è certo uomo che si fa condizionare dai pregiudizi e dai luoghi comuni, rabbi Dalin, se è così libero da aver accettato la proposta di insegnare Storia e teorie politiche all’Ave Maria University di Naples, Florida, il cattolicissimo ateneo fondato dall’ex proprietario di Domino’s Pizza, Tom Monaghan, convertito dalla lettura di Clive Staples Lewis e banditore (nonché generoso finanziatore) di una specie di crociata personale per sottrarre la cultura della Chiesa americana allo strapotere dei liberal.

HIS3098E sono proprio costoro, i cattolici non praticanti o del “dissenso”, i bersagli polemici de La leggenda nera del Papa di Hitler, il libro, ora edito anche in Italia, in cui Dalin ha sviluppato le sue tesi anticonformiste. Nel saggio il rabbino accusa costoro di sfruttare la tragedia degli ebrei per i propri fini. «Pochissimi fra i molti libri recenti su Pio XII e l’Olocausto – scrive Dalin – riguardano veramente Pio XII e l’Olocausto. Gli attacchi in formato bestseller al papa e alla Chiesa cattolica sono in realtà una contesa interna al cattolicesimo sulla direzione della Chiesa di oggi. L’Olocausto è semplicemente la più grande clava di cui di-spongono i cattoliberal contro i cattolici tradizionali, nel loro tentativo di colpire il papa e quindi di distruggere i tradizionali insegnamenti cattolici, specialmente sulle questioni relative alla sessualità, inclusi l’aborto, la contraccezione, il celibato e il ruolo delle donne nella Chiesa. La polemica antipapale di ex seminaristi come Garry Wills e John Cornwell (autore de Il papa di Hitler), di ex preti come James Carroll, e di altri cattolici liberal non praticanti o arrabiati, sfrutta la tragedia del popolo ebraico durante l’Olocausto per promuovere la loro agenda politica, quella di costringere la Chiesa odierna a dei cambiamenti. Questo dirottamento dell’Olocausto dev’essere respinto. La verità su papa Pio XII dev’essere ripristinata. La guerra culturale liberal contro la tradizione – di cui la controversia su papa Pio XII è un microcosmo – dev’essere riconosciuta per ciò che è, un assalto all’istituzione della Chiesa cattolica e alla religione tradizionale. Questo è un cattivo uso dell’Olocausto a cui gli ebrei devono opporsi. L’Olocausto non può essere adoperato per scopi partigiani in un tale dibattito».

rbXeZGy5tpeJNelle pagine che seguono, Dalin si dedica alacremente al compito, mettendo alla berlina le falsità, le parzialità, gli errori di metodo storico dei libri che accusano Pio XII. Sottolinea la complicità dei mezzi di comunicazione, sempre pronti a dare risonanza alle voci di accusa e a silenziare la difesa: perfino Cornwell, ricorda Dalin, in una intervista all’Economist del dicembre 2004 aveva preso le distanze dal proprio libro, ma la ritrattazione era caduta in un silenzio inversamente proporzionale al clamore di cui era stato circondato il libro. Passa quindi in rassegna le pubblicazioni più serie in materia, dal celebre (e guardacaso mai ristampato) Roma e gli ebrei. L’azione del Vaticano a favore delle vittime del Nazismo, pubblicato nel 1967 dal console israeliano a Milano Pinchas Lapide, che afferma che Pio XII «fu lo strumento di salvezza di almeno 700 mila, ma forse anche 860 mila, ebrei che dovevano morire per mano nazista», al recente, documentatissimo e in attesa di traduzione Hitler, the War and the Pope di Ronald J. Rychlak. Rabbi Dalin mostra come tutti gli storici seri siano concordi nel riconoscere l’avversione di papa Pacelli per il nazismo, la sua instancabile opera in difesa degli ebrei, il suo totale appoggio a decisi oppositori del regime come il vescovo Van Galen, la sofferta decisione di evitare un’accusa pubblica motivata dal timore, fondato, che essa avrebbe avuto come unica conseguenza un inasprimento delle persecuzioni. E non tralascia un ampio excursus storico, in cui mostra come «il papato ha una lunga tradizione filo-semita, che risale almeno al pontificato di Gregorio Magno del sesto secolo».

Le SS islamiche alla guerra santa

Ma il capitolo forse più impressionante del libro di Dalin è quello dedicato al vero antisemitismo dei nostri tempi, quello musulmano, terribilmente impersonato dal gran muftì di Gerusalemme Haj Amin al Husseini. Erede di una tradizione antisemita che risale al massacro degli ebrei di Medina, compiuto da Maometto in persona, distintosi fin dagli anni Venti del Novecento negli eccidi dei primi coloni ebraici stanziati in Palestina, con l’avvento al potere di Hitler Husseini perseguì tenacemente una «alleanza con la Germania, contro l’ebraismo mondiale, per realizzare la Soluzione Finale del problema ebraico dovunque». Trasferitosi nel 1941 a Berlino, dove fu accreditato come leader riconosciuto di tutti gli arabi, «pubblicamente – e ripetutamente – invocò la distruzione dell’ebraismo europeo». Nel 1943, in Bosnia, partecipò al reclutamento di musulmani per una compagnia di SS, i famigerati “soldati Hangar” che sterminarono il 90 per cento degli ebrei di quel paese e bruciarono innumerevoli chiese e villaggi cristiani. Dopo la guerra, poi, Husseini riparò in Egitto, dove fece entrare segretamente un ex ufficiale di un commando nazista, affinché insegnasse gli elementi della guerriglia ai giovani che il muftì stava reclutando: il più brillante tra quei ragazzi si chiamava Yasser Arafat. «”Il più pericoloso chierico della storia contemporanea”, per usare la frase di Cornwell – sintetizza Dalin – non fu Pio XII ma Haj Amin al Husseini, il cui fondamentalismo islamico è stato tanto pericoloso durante la Seconda guerra mondiale quanto lo è oggi. Il gran muftì fu il collaboratore par excellence dei nazisti: il “muftì di Hitler”. Il “papa di Hitler” è un mito».

Fonte: tempi.it

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