Gary Cooper e la gaffe con Papa Pacelli

La conversione di uno degli attori più amati di Hollywood raccontata dai familiari.

di Silvia Guidi, da L’Osservatore Romano (11/02/2012)

«È avvenuto tutto in modo molto naturale; chi ha conosciuto mio padre sa bene che sarebbe stato impossibile costringerlo a fare qualcosa che non aveva intenzione di fare. Ha iniziato a venire con noi a messa più spesso (tra i nostri riti familiari c’era la messa seguita da tuffo nell’oceano la domenica mattina a Santa Monica) non solo a Natale o a Pasqua. Poi ha chiesto di essere battezzato». Maria Janis Cooper sta parlando della conversione di suo padre, Frank James (in arte Gary) Cooper; nel luglio del 2011 la sceneggiatrice Mary Claire Kendall ha ricordato in rete (www.ncregister.com) la sua testimonianza per celebrare, a cinquant’anni dalla morte, il divo che meglio ha interpretato il John Doe americano, l’uomo della strada semplice e onesto, spontaneamente altruista ma anche geloso della propria libertà.

Al contrario di quanto viene frequentemente detto e scritto nelle biografie, la sua conversione non coincise con la scoperta della malattia che lo porterà alla morte nel 1961. E soprattutto — conferma la figlia Maria — non fu costretto da sua moglie, cattolica fervente, ad «andare a catechismo»: «Non è andata così; è stato un percorso molto lento e graduale (…) ha ricomposto secondo un nuovo disegno tessere già presenti da tempo nel mosaico della sua vita».

Cooper si converte al cattolicesimo nel 1958, ma il suo percorso di avvicinamento alla fede inizia nel 1950, ben otto anni prima. «Aveva una spiritualità molto profonda — continua Maria — lontana da ogni “ismo”, da ogni teoria o ideologia, un senso religioso che probabilmente si è sviluppato vivendo a contatto con la natura nel West e conoscendo e amando la cultura e la spiritualità dei nativi d’America. Non è mai stato una persona egoista o superficiale». Un aspetto confermato anche dai colleghi: «Con Gary c’erano sempre meravigliose, nascoste profondità che non avevi ancora notato — ricorda Jean Arthur, sua partner nel film Mr. Deeds Goes to Town — era come stare sempre a Gibilterra, sulla soglia delle colonne d’Ercole».

Divo per caso, dopo una lunga serie di fallimenti (viene respinto perfino dalla filodrammatica del suo College) si trasferisce a Los Angeles da Helena, in Montana, solo per raggiungere i suoi genitori e inseguire il sogno — destinato a rimanere tale — di diventare vignettista satirico in un quotidiano. Prova a sbarcare il lunario come mercante d’arte, aiutante fotografo, venditore di arredi teatrali, grafico pubblicitario, e nel frattempo arrotonda le magre entrate facendo la comparsa a Hollywood; ha imparato ad andare a cavallo per curare i postumi di un brutto incidente stradale e sa di essere molto fotogenico.

La sua carriera cinematografica, durata ben 36 anni, decolla col film Wings (William A. Wellman, 1927); appare solo per due minuti e mezzo, ma, come ricorda il leggendario produttore della Paramount Pictures Andrew Craddock Lyles, «quando è arrivato Gary Cooper, lo schermo si è subito illuminato con lui». La sua presenza nei cast risolleva le fortune della Paramount, che risente della crisi economica del 1929, ma la pressione a cui lo sottopone lo star system è grandissima.

Nel 1931 fugge da Los Angeles e si rifugia in Inghilterra (dove aveva vissuto due anni da bambino) a seguito di un esaurimento nervoso. Durante il suo anno sabbatico inglese frequenta l’alta società e si innamora, ricambiato, dell’attrice e socialite Veronica (soprannominata Rocky) Balfe, nipote del direttore artistico della Mgm Cedric Gibbons. Veronica ha una grande passione per lo sport — ama l’equitazione, lo sci, il tennis, il nuoto ed è campionessa di tiro a volo nello Stato della California — un carattere solare e allegro e modi raffinati (ostentatamente “europei” secondo i detrattori wasp della stampa americana, che la considerano una papista eccessivamente snob). «Portò grande stabilità e amore autentico nella vita di mio padre» scrive Maria. Franck e Rocky si sposano il 15 dicembre 1933.

Vent’anni dopo, il 26 giugno 1953 nel corso del tour promozionale per Mezzogiorno di fuoco, Gary Cooper, insieme alla famiglia, incontra Papa Pio XII. «All’udienza mio padre — racconta Maria — teneva in mano santini, medagliette e una gran quantità di rosari appoggiati sulla manica della giacca (molti dei suoi amici a Hollywood avevano chiesto un oggetto benedetto dal Papa). Mia madre era molto elegante nel suo completo nero, e il capo velato come vuole l’etichetta. C’era molta tensione nell’aria quando, preceduto dalle guardie svizzere entrò il Papa, alto, pallido, e vestito di bianco. Eravamo all’incirca a metà della fila. Papà inginocchiandosi perse l’equilibrio — colpa dell’emozione, del suo cronico mal di schiena o di entrambe le cose — e fece cadere i santini e i rosari a terra; le medagliette rotolarono per tutta la stanza. In preda a un monumentale imbarazzo, muovendosi carponi, papà cercò di raccogliere tutto il più in fretta possibile, ma improvvisamente incappò in una scarpa scarlatta e nel lembo di un mantello. Papa Pio XII lo stava guardando, aspettando pazientemente che si rialzasse». L’incontro colpì profondamente Cooper, e non solo per l’imprevisto sketch comico di cui fu protagonista involontario. Anche se non ne parlava mai in modo esplicito a casa, spiega Maria, suo padre «desiderava una stabilità interiore che non riusciva a raggiungere da solo».

E continua: «Una domenica dopo la messa scherzavamo sul colto e divertente Padre Harold Ford, una persona veramente in gamba, che mio padre aveva soprannominato “Don Tipo Tosto”. Era incuriosito e disse: “Mi piacerebbe sentirlo un giorno”. Rocky gli rispose semplicemente. “Bene, vieni con noi”».

Le parole di padre Ford, riporta sempre Maria, lo facevano pensare. Rocky non “architettò”, come si legge spesso, la conversione di Gary, ma invitò padre Ford a bere qualcosa da loro perché potessero parlare con calma di questioni spirituali: i due uomini, invece, condivisero da subito il loro comune interesse per le armi, la caccia, la pesca e le immersioni subacquee. «Papà parlava a lungo durante i viaggi in macchina fino a Malibu con padre Ford. Iniziò a “convivere con la domanda”, come scrive Rilke in un bellissimo verso, finché la risposta non si fece trovare».

Seguendo le orme del sergente Alvin York, il personaggio che ha amato di più e che gli è valso il suo primo Oscar, viene colpito dal pensiero 553 di Pascal, «non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Cooper viene quindi formalmente ammesso nella Chiesa cattolica e il fotografo Shirley Carter Burden è il suo padrino di battesimo. «Ho speso ogni ora della mia vita, anno dopo anno — spiega quello stesso anno a chi gli chiede il perché di questo gesto — facendo quasi esattamente quello che mi veniva in mente di fare; e quello che volevo fare non era sempre fra le cose più corrette. Lo scorso inverno ho iniziato a soffermarmi un po’ di più su quanto stava nella mia testa da lungo tempo: “Vecchio Coop, tu devi qualcosa a Qualcuno per tutto quello che hai! Non sarò mai niente di simile a un santo (…) la sola cosa che posso dire è che sto provando a essere un po’ migliore. Forse ce la farò”» (testimonianza raccolta da Barry Norman nel libro The Hollywood Greats).

Nell’aprile 1961 Jimmy Stewart si presenta all’Academy Awards per ritirare l’Oscar alla carriera assegnato a Gary Cooper, motivando la delega con il fatto che il suo amico è gravemente malato. Arrivano messaggi da tutto il mondo; tra gli altri, gli scrivono Papa Giovanni XXIII, la regina Elisabetta ii e il suo grande amico Ernest Hemingway (con cui l’attore, durante le sue frequenti visite a Cuba, aveva a lungo discusso su the catholic thing); il presidente Kennedy lo chiama dallo Studio Ovale. Gli amici che lo vanno a trovare si aspettano un’atmosfera triste, ma a casa Cooper trovano luci soffuse e sorrisi, fiori freschi e musica: tutta la famiglia sta affrontando il momento della prova sorretta dalla fede.

Billy Wilder ricorda che l’ammalato indossava un pigiama molto elegante e sembrava più sereno dei suoi ospiti. Come Rocky confida a Hedda Hopper (Gary Cooper: American Hero; How I Faced Tomorrow, interview with Veronica Cooper and Maria Cooper Janis) «ciò che lo ha aiutato di più è stata la sua religione. Man mano che la malattia progrediva non ha mai chiesto “perché a me?”, non si è mai lamentato, è stato aiutato dai sacramenti e da libri come Peace and Soul di Fulton Sheen e No man is an island di Thomas Merton». E al giornalista di The Straits Times che lo intervista il 6 maggio 1961, a pochi giorni dalla morte, dice: «So che quello che sta succedendo è la volontà di Dio; non ho paura del futuro». Dopo aver letto le testimonianze degli amici sull’ultimo periodo della vita di Gary Cooper, l’epiteto tradizionale di an american hero suona un po’ meno retorico e più rispondente alla realtà.

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