Pio XII contro Hitler e Mussolini

In difesa di un Pontefice erroneamente equivocato.

di Mattia Ferrari, da UCCR (14/04/2012)

Se si dovesse redarre una classifica dei papi più calunniati della storia il primo posto spetterebbe indubbiamente a Pio XII. Nonostante, l’ingente mole di documenti e testimonianze che affermano l’ostilità di questo papa verso le dittature nazifasciste e il suo aiuto a tutte le vittime dei totalitarismi, viene ancora descritto come indifferente di fronte alla tragedia dell’olocausto e, da taluni, persino complice del nazismo (come fa, ad esempio, Marco Aurelio Rivelli nel suo libro Dio è con noi. La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo). I motivi di questa accusa si basano quasi esclusivamente sul fatto che durante la guerra, il pontefice non denunciò pubblicamente il genocidio ebraico e così facendo si ignorano o si dimenticano le azioni effettivamente svolte sotto il suo pontificato.

Che Pio XII non potesse essere filonazista lo sì può dedurre dal semplice fatto che era in contatto con la resistenza tedesca e lui stesso fece da tramite tra loro e gli inglesi per appoggiare un complotto avente l’obbiettivo di spodestare Hitler, ma questo naufragò per via delle diffidenze inglesi (M. Hesemann, Contro la Chiesa, Milano 2009 p. 306). Vi furono altre azioni contro il nazismo: il Vaticano, ad esempio, avvisò il Belgio e l’Olanda dell’imminente attacco a sorpresa tedesco nel tentativo (non riuscito) di fermare l’invasione e fu anche preventivamente informato dell’Operazione Valchiria (A. Tornielli, Pio XII: un uomo sul trono di Pietro, nota 67 p. 606).

Per contro, Hitler considerò il pontefice un suo “nemico personale” e durante la guerra si ebbero delle notizie che affermavano che il dittatore tedesco avesse in mente di deportare il Papa. Gli storici sono divisi sul fatto se tale piano esistesse davvero o fosse solo una voce di propaganda, ma alcuni elementi possono indurre a pensare che il dittatore sarebbe stato in grado d’effettuare un piano simile. Si sa, infatti, che il Fhurer considerava Pio XII uno dei responsabili della caduta di Mussolini e nell’invadere l’Italia era intenzionato inizialmente a invadere anche il Vaticano e dichiarò ai suoi generali: «Io entro subito in Vaticano! Credete che il Vaticano mi preoccupi? Quello è subito preso: là dentro vi è tutto il corpo diplomatico. Non me ne importa nulla. La canaglia è là e noi tiriamo fuori tutto quel branco di porci». Il timore del Pacelli di essere rapito fu autentico e simile paura si era manifestata già dal 1941, ben due anni prima dell’occupazione dell’Italia! (R. Grahaman, Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII?).

Pio XII intervenne anche contro il fascismo. Non erano mancati, negli anni precedenti, accordi tra Mussolini e la Chiesa, ma l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista con l’introduzione delle legge razziali e l’entrata in guerra in fianco all’alleato tedesco, avevano gelato i rapporti. Del resto, Mussolini rimase sempre anticlericale sia per via del suo passato socialista mai del tutto sopito, sia perché intuiva che il Vaticano sarebbe stato un ostacolo al suo potere assoluto e spesso si rammaricava di non aver estirpato il papato che considerava il “cancro dell’Italia” (G. Zagheni, La croce e il fascio, Torino 2006 p. 260). Nel 1942 la principessa Maria José di Savoia decise d’agire per destituire Mussolini e far uscire l’Italia dalla guerra, ma per farlo occorreva saggiare la disponibilità degli alleati. Intuiva che il coinvolgimento del Vaticano sarebbe stato utile per poter far da tramite e per questo incontrò segretamente Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI) e gli espose i suoi piani. «Riferirò», rispose il prelato e informò Pio XII del colloquio chiedendogli di poter continuare i contatti. Non si conoscono le parole del Pontefice, ma si sa per certo che diede parere positivo perché Montini e la principessa si videro ancora e il prelato informò dall’interno del Vaticano che l’inviato speciale di Roosvelt presso Pio XII, Myron Taylor, aveva assicurato che l’America avrebbe visto con favore l’uscita dell’Italia dal conflitto. Tuttavia, il re Vittorio Emaneuele III, spiccatamente anticlericale,  informato del complotto mise il veto ai rapporti con la Santa Sede: «Niente preti» ordinò, e successivamente provvide a “esiliare” Maria José nell’eremo di Sant’Anna (S. Bertoldi. Umberto e Maria Josè di Savoia, Milano 1999 pp. 123-129). La diffidenza del Vaticano si manifestò anche durante la Repubblica di Salò attraverso alcuni atti concreti (rifiuto di riconoscere il nuovo stato, aiuto agli antifascisti, sostegno ai vescovi in contrasto con il regime, ecc.) tanto che Mussolini giunse ad incoraggiare un gruppo di sacerdoti scomunicati che minacciava uno scisma, e a pensare di rivedere il concordato per ridurre il potere della Chiesa nella società. (D. Mack Smith, Mussolini, Milano 1999 p. 499).

Riguardo all’Olocausto, basterebbe considerare il fatto che la Chiesa Cattolica  salvò centinaia di migliaia di ebrei senza contare tutti gli interventi diplomatici volti a fermare la persecuzione (riuscendoci in qualche caso): il maresciallo Horty, ad esempio, interruppe le deportazioni nel 1944 facendo presente ai tedeschi d’aver ricevuto proteste dal re di Svezia, dalla Croce Rossa e dal papa Pio XII (M. Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Milano 2003 p. 634). Del resto, è indubitabile che una pubblica protesta avrebbe scatenato una feroce rappresaglia da parte di Hitler, impedendo ai preti e alle religiose che aiutarono gli ebrei di poter compiere la loro opera. Nonostante tutti questi fatti e nonostante siano stati scritti molti libri per confutare le false accuse sul papa, i pregiudizi su Pio XII rimangono. Ma del resto, come disse l’arcivescovo Alojzije Stepinac (anche lui fortemente calunniato): «Nella mente di certe persone, la Chiesa Cattolica è colpevole di tutto».

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