Lo storico Napolitano: «Priva di senso la polemica sul silenzio di Pio XII»

da UCCR (18/08/2012)

Quello sul “Papa nazista Pio XII” sta diventando un argomento di aggressione sempre più debole per i laicisti, nei confronti della Chiesa cattolica. Perfino la direzione del museo dell’Olocausto di Gerusalemme ha deciso di modificare la lapide decisamente critica su Pio XII, accogliendo anche le tesi degli storici e degli ebrei suoi difensori.

L’ultimo ad aver preso posizione in ordine cronologico è lo storico Matteo Luigi Napolitano, professore associato in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Urbino, autore del volume: The Vatican files: la diplomazia della chiesa. Documenti e segreti (San Paolo 2012). Napolitano, come ha recensito molto bene Aldo Maria Valli su Europa, si è occupato di studiare i documenti redatti da Harold Tittman, vice del rappresentante personale del presidente Roosvelt in Vaticano, e dall’ambasciatore britannico a Roma, sir Godolphin Francis Osborne d’Arcy, i quali – secondo alcuni fantasiosi giornalisti – dimostrerebbero in maniera inequivocabile che Pio XII mantenne il più assoluto silenzio sulla deportazione degli ebrei romani avvenuta nel tragico 16 ottobre del 1943. Ciò, secondo i critici, getterebbe «ombre un po’ pesanti sulla causa di beatificazione di Pio XII», in quanto dimostrerebbero che papa Pacelli in quei giorni era più preoccupato della presenza di “bande comuniste” nella capitale che non dell’atroce sorte degli ebrei».

Questa è la tesi di accusa. Napolitano è andato allora studiare le carte, concentrandosi sulla data del “documento Tittman”, ovvero 19 ottobre 1943, tre giorni dopo la deportazione degli ebrei romani. Nel testo dell’udienza concessa dal papa al rappresentante statunitense, non balza all’occhio solo il silenzio di Pio XII, ma anche quello dello stesso Tittman: nessuno dei due infatti accenna alla deportazione del 16 ottobre. La cosa è impossibile, e infatti dai fogli d’udienza di quei giorni, conservati in Vaticano, si è scoperto che il colloquio tra papa Pacelli e Tittman avvenne il 14 ottobre, prima della deportazione. La data riporta il 19 ottobre per motivi burocratici che vengono dettagliatamente spiegati dallo storico, il quale nel 2010 aveva già realizzato un lungo e documentato trattato sull’argomento.

Napolitano, dopo aver mostrato altre verifiche incrociate, ha concluso dunque ritenendo «priva di senso la polemica su Pio XII che tace della sorte degli ebrei romani». Pio XII scelse correttamente di non denunciare pubblicamente l’arresto degli ebrei romani, per consentire così il salvataggio di molti di loro e scongiurare azioni più accese e decise, anche contro i cattolici. Tuttavia non rinunciò ad un tentativo di pressione per interrompere gli arresti presso il generale Stahel, come testimoniato dall’ufficiale tedesco della sede del governatore militare di Roma, Nikolaus Kunkel. Non solo, ma – come è emerso da documenti inediti – sollecitò ampiamente numerosi conventi e istituti religiosi, come quello della Società del Sacro Cuore, ad allestire adeguati rifugi presso le proprie case religiose allo scopo di dare asilo agli ebrei perseguitati.

Non a caso l’ebreo David Dali, professore di storia ebraica all’Universittà di Hartfordche, ha riconosciuto: «Nel corso del ventesimo secolo il popolo ebraico non aveva alcun amico più grande […]. Durante la seconda guerra mondiale, Pio XII ha salvato vite ebraiche più di chiunque altro, anche più di Oskar Schindler e Raoul Wallenberg». Nella sua dichiarazione al teatro San Carlo di Napoli, il 3 ottobre 1945, l’antifascista Francesco Nitti ha dichiarato: «Il giorno in cui ebrei, massoni, socialisti, comunisti, radicali sono stati sotto la minaccia di morte, il Papa ha fatto aprire loro come rifugio le chiese, i monasteri, i conventi, monaci e preti si sono prestati, per volontà del Pontefice, a salvare quanti erano in pericolo e, nel nome di Cristo sono stati salvati non pochi ch’erano ritenuti nemici di Cristo». Sempre rispetto alla leggenda nera nata contro Pio XII, iI maggiore esperto ebreo sull’Olocausto in Ungheria, Jeno Levai, ha affermato: «è particolarmente deplorevole il fatto che l’unica persona in tutta l’Europa occupata che agì più di tutti gli altri per frenare il terribile crimine e mitigarne le conseguenze, sia diventata oggi il capro espiatorio degli insuccessi altrui».

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