Pio XII e la restaurazione del diritto. Così il giurista Vittorio Emanuele Orlando commentò sull’«Osservatore Romano» il radiomessaggio del Papa per il Natale 1942

Nell’edizione del 26 agosto 1943 «L’Osservatore Romano» aveva in prima pagina l’articolo L’ordine giuridico nel Messaggio Natalizio scritto da Vittorio Emanuele Orlando a commento del celebre radiomessaggio di Pio XII per il Natale 1942. Si trattava della ripresa di un saggio apparso in quell’anno nel volume Studiosi e artisti italiani a Sua Santità Pio XII nel XXV anniversario della sua consacrazione episcopale. Lo ripubblichiamo integralmente. 

Mai forse, come con l’ultimo Messaggio Natalizio, parola di Pontefice e di Padre è stata così profondamente accolta non dal mondo cristiano soltanto, ma da tutta l’umanità dolorante in un martirio di cui la storia non ricorda altro più inesorabile; mai parola ha avuto risonanza così universale per ampiezza e potenza. In particolar modo bisogna qui rilevare l’appello ch’esso conteneva per una restaurazione del Diritto fra le genti come un primo ed essenziale dovere, come una necessità imprescindibile; e di questo appello la stessa solennità e per l’ora e per il modo deve far pensare alla gravità del pericolo quale appare alla mente del Sommo Pontefice, e quale veramente è. Qui non si tratta soltanto di minacce contro questa o quella ideologia politica, contro questa o quella forma di reggimento interno dei popoli; non si tratta soltanto (e già il pericolo sarebbe di una gravità paurosa) dell’esistenza stessa degli Stati impegnati nell’immane conflitto: il pericolo contro cui il Santo Padre ha lanciato il Suo grido di allarme riguarda qualche cosa che si pone come un insopprimibile prius in confronto della lotta fra le varie ideologie, della sorte dei governi e dei regimi, dell’esistenza stessa degli Stati; riguarda la prima fondamentale condizione della vita sociale, che val quanto dire della pacifica convivenza in un ordine osservato e fatto osservare, ordine non forzato e fittizio, secondo l’energica espressione del Santo Padre, ma conforme a quella legge naturale che è un riflesso della legge divina.

Appello, dunque, che è rivolto a tutta l’umanità per una necessità primordiale, cui nessun popolo può sottrarsi, dai più progrediti ai più primitivi; ma che più direttamente ad uno di quei «ceti più influenti e più aperti», cui, sia pure ad altro proposito, il Santo Padre assegna un dovere più immediato, che deriva da una più chiara e diretta comprensione dei problemi che incombono: sarebbe dunque, nel caso, il ceto dei giuristi. E si rivela qui la mirabile squisita sensibilità onde il Pastore angelico avverte, gli stati d’animo non solo generali ma anche particolari, dappoiché quell’appello arriva ai giuristi in un momento di loro profonda incertezza ed anzi in una inquietudine, quale, io credo, la storia della giurisprudenza non conobbe una maggiore.

Un vecchio giurista italiano, cui mi legano antichi rapporti intimissimi, in un suo scritto recente, dopo di aver rilevato il diaframma che si frappone tra la formazione del Diritto nelle sue, pure origini spontanee e la manifestazione imperativa che del Diritto stesso fa la volontà di un uomo, dopo di aver rievocato celebri esempi storici delle deformazioni cui attraverso una tal volontà il comando può pervenire, così conclude: ed allora la possibilità, astrattamente innegabile e storicamente comprovata, di una norma imposta da una volontà assolutamente arbitraria, dà ragione a quel detto, amarissimo e sconsolante per noi giuristi, e cioè che poche parole pronunziate da un uomo bastano per trasformare istantaneamente tutta una biblioteca di monumentali opere giuridiche in carta da macero».

Il qual sentimento di delusione e di sconforto ha soprattutto valore in quanto, come ho detto, esso non è solo eccezionalmente proprio di un solo scrittore, ma è invece diffuso nel mondo dei giuristi, meno, s’intende, fra coloro le cui opinioni sono costrette da obblighi professionali. Non si tratta semplicemente di controversie metodologiche, di dubbi che investono la scientificità (mi si perdoni il neologismo) della materia giuridica; ma è addirittura l’esistenza stessa del Diritto che vien messa in questione, onde avviene che temi preferiti della più recente letteratura giuridica sono: «la crisi del Diritto», «il problema del Diritto», e così via.

Sotto un primo aspetto, dunque, provvida e benefica giunge la parola del Santo Padre, se vale a confortare un ordine di studiosi, che più immediatamente deve sapere penetrare e ponderare la bellezza attraente delle giuste norme sociali e a ridar a quest’ordine la fede con cui si combattono e si vincono le buone battaglie. Ma il Messaggio pontificio non si limita a questo nobilissimo incitamento: bensì, segna esso stesso le grandi linee fondamentali dell’invocata restaurazione del Diritto. E si rivela qui un pregio veramente inestimabile del Documento: e cioè, mentre per la sua incisiva chiarezza, per la natura che diresti paterna della forza di persuasione che ne promana, è perfettamente atto ad essere inteso e compreso dall’universale, essa riesce tuttavia a dominare la materia in guisa da superare, comprendendole in sé, i dati tecnici di cui si giovano gli esperti.

Non solo; ma mentre, come era naturale e necessario, il pensiero del Santo Padre si contiene pur sempre nel grande quadro della Scuola cristiana di Diritto (e basterebbero ad indicarlo le due citazioni del Sommo Aquinate, con una delle quali s’inizia e coll’altra si chiude la parte relativa alla «convivenza nell’ordine»), pure gli aspetti dai quali il problema del Diritto è considerato ed i criteri fondamentali per risolverlo hanno precise, immediate corrispondenze con le formulazioni della scienza laica (se mi si passa l’espressione) nelle sue più moderne e più accurate costruzioni sistematiche.

Così, il mirabile Documento, con gesto magistrale, nettamente separa in due categorie contrapposte tutte le sbagliate opinioni, teorie, tendenze, onde il pensiero umano si è da millenni sforzato di possedere e conoscere nella essenza sua l’idea di Diritto, l’idea di Stato: sforzo assiduo, senza tregua, senza posa, attraverso l’aspro cammino della Storia. E sono opinioni e tendenze indefinite è innumerevoli; eppure, il Santo Padre le distingue e le coordina, come ho detto, in due sole grandi categorie.

Da un lato stanno «quelle varie teorie, le quali, diverse in sé e procedenti da vedute ideologiche contrastanti, si accordano però nel considerare lo Stato, o un ceto che lo rappresenta, come entità assoluta e suprema, esente da controllo e da critica, anche quando i suoi postulati teorici e pratici sboccano e urtano nella aperta negazione di dati essenziali della coscienza umana e cristiana».

Secus, secus: diremmo, quindi, che dall’altro lato stanno quelle varie teorie, le quali pure essendo diverse in sé ed anche fra loro contrastanti, concordano nel non considerare lo Stato quale entità assoluta che pretenda di affrancarsi da ogni controllo e critica, da ogni limite di ragione, dal rispetto di principii che han radice nella intimità più profonda della umana coscienza.

Avverte ognuno il valore supremo e definitivo di questa contrapposizione, che per sé sola basterebbe a conferire al Documento un’autorità incomparabile, se anche per via negativa: restare al di qua o al di là di quella linea per cui una volontà pretenda porsi come un assoluto.

Ma il Messaggio contiene, altresì, i dati essenziali per una ricostruzione positiva attraverso due idee fondamentali, ambedue necessarie e insieme sufficienti. Sta innanzi tutto il rispetto della personalità umana, onde il libero si distingue dal servo: la vita sociale non può davvero concepirsi se non in quanto diretta alla conservazione, allo sviluppo, al perfezionamento della persona umana, perché questa possa attuare «le norme e i valori della religione e della cultura». Vive qui, dunque, il concetto di una lex naturalis, la quale mentre è un riflesso di una lex aeterna, fondata sulla ragione Divina, giustifica l’obbedienza alla lex humana, ma nel tempo stesso la limita: quel principio razionale, del diritto, che pur fra aspetti diversi e contrastanti, pur incorrendo in esagerazioni ed in eccessi, dovuti all’orgoglio della stessa ragione quando perdette i contatti con la lex aeterna, ha sempre informato di sé tutta la storia del pensiero umano, con una persistenza che ne attesta l’insopprimibile vitalità.

L’altra idea, enunciata nel Messaggio, fondamentale anche essa, è che il concetto di diritto non va considerato come una norma per sé stante, indipendente e individua; esso si coordina e in un certo senso si subordina ad un altro concetto ben più complesso: quello di «ordinamento giuridico». Tutte le norme per tal modo si presentano collegate tra loro, animate da uno spirito comune, al servizio di un fine. comune. E si avverte con intuizione giusta ed acuta: «Certamente, col tempo che volge, mutano le condizioni di vita; ma non si dà mai manco assoluto, né perfetta discontinuità fra il diritto di ieri e quello di oggi, tra la scomparsa di antichi poteri e costituzioni e insorgere di nuovi ordinamenti».

Attraverso una tale continuità si determina quel concetto di «istituzione», che, intimamente connesso con l’altro di «ordinamento giuridico» rappresenta il più recente progresso della moderna tecnica giuridica; ed entrambi, nel loro complesso, riaffermano nel diritto un carattere comune con quello degli organismi viventi, per cui la norma non è più concepibile come un possibile effetto di una improvvisazione arbitraria, ma come uno dei tanti germogli di una pianta, le cui radici sottili e profonde penetrano nella storia e nelle tradizioni di un popolo.

Non posso soffermarmi su indagini di carattere tecnico, per quanto seducenti, cui inviterebbe il pensiero profondo espresso dal Pontefice. Basti qui che io, come il più vecchio fra i giuristi italiani, esprima tutta la gratitudine nostra per l’alta parola del Santo Padre, che ha illuminato le anime nostre di una luce benefica che dà sicurezza e pace; ha rimosso quelle ragioni di penosa incertezza che pesavano sui nostri animi e ci ha ridato il conforto di credere che non del tutto vani sono gli sforzi del nostro studio e le speranze della nostra fede.

©L’Osservatore Romano 25 agosto 2012

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