Pio XII, “Pastor Angelicus” dell’umanità sofferente

di Emanuele Gagliardi su Radici Cristiane n. 38

Di Pio XII, una delle figure più significative del Novecento, parliamo con Andrea Tornielli. Vaticanista de Il Giornale (ora de La Stampa, ndr), Tornielli ha scritto vari saggi sulla Chiesa contemporanea, fra cui: Giovanni XXIII. Vita di un Padre Santo; Il mistero delle lacrime. Inchiesta sulla Madonna di Civitavecchia; Papa Luciani. Il parroco del mondo (con Alessandro Zangardo); Il segreto di Milingo; Pio XII. Il Papa degli ebrei; Escrivá fondatore dell’Opus Dei; Benedetto XVI. Il custode della fede; Processo al Codice da Vinci. Dal romanzo al film; Il segreto di Padre Pio e Karol Wojtyla e Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro.

Dottor Tornielli, con le sue ricerche storiche Lei ha ricostruito, tra l’altro, la figura umana di Eugenio Pacelli. Ce ne può parlare?

Fino al momento della scoperta delle lettere private di Eugenio Pacelli al fratello Francesco, materiale inedito su cui si fondano alcuni capitoli del mio libro, si era spesso detto che del Papa esistesse solo un’immagine “fredda”, ieratica, a motivo del fatto che lui stesso si era sempre voluto immedesimare nell’istituzione rappresentata senza avere mai spazio per se stesso. Questo in un certo senso è vero per quanto concerne l’immagine “ieratica” (dovuta però ai filmati e alle foto d’epoca, non alle esperienze raccontate da chi ha incontrato Pio XII) e per la totale identificazione di Pacelli con i suoi compiti. Dalle lettere che ho potuto utilizzare, però, emerge un ritratto umano a tutto tondo: c’è un uomo sensibile, attentissimo ai rapporti umani, non interessato alla “carriera”, che avrebbe voluto diventare vescovo diocesano e non cardinale di Curia perché sentiva la nostalgia della cura d’anime.

In che modo Pio XII interpretava e viveva il suo ministero di successore di Pietro?

Sentiva e viveva l’immensa responsabilità del pontificato e aveva deciso di spendere ogni istante della sua giornata per svolgere al meglio quel compito. Si sottolinea spesso che quello di Pio XII sarebbe stato un pontificato politico-diplomatico, a motivo dei compiti di nunzio e poi di cardinale Segretario di Stato ricoperti da Pacelli. Credo che questa definizione non sia corretta: Pio XII è stato prima di tutto e innanzitutto un pastore d’anime, trepidante per le sorti del gregge cattolico e del mondo intero in anni cruciali della sua storia.

Quello di Pio XII fu un pontificato difficile?

Direi difficilissimo. Pio XII venne eletto alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, in un momento in cui i rapporti dell’Italia fascista e della Germania nazista con la Santa Sede erano molto tesi. Considerò suo compito principale quello di fare di tutto – davvero di tutto – per impedire lo scoppio del disastroso conflitto che sarebbe costato milioni di morti. E per questo tentò ogni via diplomatica. Tentò inoltre di tenere l’Italia al di fuori della guerra poi iniziata. Ma anche questo suo sforzo fu vano. Non si capiscono i primi mesi del pontificato di Papa Pacelli se non si parte da quello che egli riteneva un suo compito prioritario: evitare al mondo il baratro di un conflitto.

In cosa consiste la “leggenda nera” sorta intorno alla figura di Papa Pacelli?

La leggenda nera, i cui prodromi sono stati rintracciati negli ambienti del cattolicesimo francese progressista e in Unione Sovietica alla metà degli anni Quaranta, e che è stata quindi sviluppata e resa tale dal mediocre dramma di Rolf Hocchuth Il Vicario nel 1963, consiste sostanzialmente nello “scaricare” sul Papa la colpa della deportazione e dell’eccidio di milioni di ebrei sterminati nei lager nazisti. Si accusa il Papa di essere stato in “silenzio” di fronte a questo dramma, si arriva a dire che se egli avesse denunciato pubblicamente l’Olocausto, Hitler si sarebbe fermato. Si è arrivati al punto da considerare lui, il Papa, il principale “colpevole”, il capro espiatorio per il buco nero della coscienza europea rappresentato dalla Shoah. Un’operazione indegna, che dimentica un bel po’ di dati: Pio XII parlò, ma dopo la deportazione degli ebrei olandesi nonostante la ferma protesta dei vescovi cattolici, ebbe chiaro il fatto che le proteste pubbliche sarebbero state non solo inutili ma anche controproducenti. Per questo fece intervenire gli episcopati locali e intensificò l’opera di carità in favore dei perseguitati. L’ebreo Pinchas Lapide ha calcolato che grazie all’aiuto della Chiesa Cattolica guidata da Pio XII (il quale fece aprire a Roma le porte dei conventi di clausura per accogliere le vittime della persecuzione) furono salvati tra i 750.000 e gli 850.000 ebrei. Una goccia nel mare dei milioni di morti della Shoah e della guerra. Ma nessun’altra istituzione, religiosa o laica, ha fatto altrettanto.

In che modo il Pontefice ha contribuito alla vittoria della Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1948?

Ha contribuito in modo significativo: Papa Pacelli aveva ben presente la sfida che si giocava nel nostro Paese e la possibilità per l’Italia di finire nell’orbita sovietica. Mise in moto personalmente tutte le forze disponibili del mondo cattolico perché riteneva quella del 1948 non una semplice consultazione elettorale, ma un passaggio decisivo per la storia del nostro Paese dal quale sarebbe dipeso il suo futuro. Aveva perfettamente ragione.

Qual era il pensiero di Pio XII circa il progresso?

Pio XII era attirato dal progresso scientifico, dal progredire della tecnica. Ne rimaneva affascinato. Da questo punto di vista lo si può davvero definire il primo Papa moderno della storia della Chiesa: ha affrontato nel suo magistero tutte le grandi questioni relative alla scienza, alla medicina, alla tecnica. Studiando e intervenendo puntualmente.

Secondo Papa Pacelli, qual era il ruolo della famiglia nella società?

La famiglia ha sempre avuto nel suo magistero il ruolo fondamentale di cellula primaria della società. Nei famosi radiomessaggi natalizi in tempo di guerra, testi magisteriali bellissimi e attualissimi, con i quali Pio XII gettava le basi per il futuro assetto del mondo mentre era in corso il conflitto sanguinoso dagli esiti ancora incerti, il Papa parla della famiglia, delle comunità intermedie, della società, come antidoti nei confronti delle ideologie totalitarie. La famiglia era vista, in accordo con la dottrina sociale della Chiesa, come il primo luogo dell’educazione e della trasmissione della fede. Proprio quello dell’educazione era un tema che stava molto a cuore a Pio XII, il quale da Segretario di Stato aveva invano protestato contro l’influenza deleteria dell’ideologia nazista nella scuola.

Alcuni ambienti, anche cattolici, considerano Pio XII icona di una Chiesa reazionaria, antitetica al “nuovo corso” inaugurato da Giovanni XXIII e culminato nel Concilio Ecumenico Vaticano II. Altri, invece, vedono in Pacelli il precursore del Concilio. Cosa può dirci in proposito?

Se dovessi optare per una delle due visioni, preferirei di certo la seconda. Al di là della diversità di formazione, di carattere e di physique du rôle (ricordiamo però che Papa Giovanni ha regnato negli anni in cui si diffondeva la Tv, un mezzo che è mancato al Pacelli che in tempo di guerra fece visite ai bambini figli di dispersi, commoventi quanto quelle indimenticabili di Giovanni XXIII al Bambin Gesù nel Natale del 1959), tra i due Papi c’è più continuità di quanto non sembri a prima vista. Pio XII aveva preso in seria considerazione l’ipotesi del Concilio, mettendola da parte prima perché nel dopoguerra i vescovi non potevano stare troppo a lungo distante dalle loro sedi e dalla popolazione duramente provata, e poi perché a causa dell’età e della malattia, il Papa decise di lasciare questa ipotesi al successore (ci sono testimonianze precise al riguardo). Con il suo magistero, in molti casi ancora attualissimo e ancora citatissimo come punto di riferimento per documenti successivi – si veda ad esempio il caso recentissimo dell’accanimento terapeutico – Pio XII prepara il Concilio, nei cui testi è il Papa più citato. Apre all’applicazione del metodo storico critico alla Scrittura, inizia la riforma liturgica, apre ai cosiddetti “metodi naturali” per la paternità responsabile, beatifica e canonizza in percentuale rispetto alle celebrazioni autorizzate o presiedute più donne di tutti i suoi predecessori e successori, dialoga con il mondo della scienza, applica al comunismo la tradizionale distinzione tra errore ed errante (comunemente attribuita a Papa Giovanni).

Il 18 febbraio 1946 Pio XII creò trentadue cardinali di tutte le parti del mondo (anche della Cina), e con l’Enciclica Fidei Donum (1957) intese dare nuovo slancio alle missioni. Questi atti possono essere interpretati come prodromi dell’ ecumenismo conciliare?

Pio XII internazionalizza il collegio cardinalizio: è una scelta importante e decisiva. Anche lo slancio missionario della Fidei Donum è di straordinaria attualità. Tra i prodromi dell’ecumenismo conciliare metterei anche la decisione da lui presa di autorizzare la presenza (seppure a titolo personale) di esponenti della gerarchia cattolica alle manifestazioni ecumeniche, prima esplicitamente proibita.

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