Le contraddizioni di chi critica Pio XII

Pio XII si dimostrò prudente anche nel condannare apertamente le persecuzioni ai polacchi.

di Mattia Ferrari, da UCCR (01/03/2013)

Una cosa bizzarra di chi critica la Chiesa è che paradossalmente le accuse che imputa hanno spesso una loro particolare selettività.

Per esempio si accusa Pio XII d’indifferenza o di connivenza verso il genocidio degli ebrei per il suo silenzio riguardo allo sterminio nazista, ma nessuno lo accusa della stessa cosa riguardo al suo silenzio per i misfatti accaduti in Polonia. I polacchi erano infatti considerati dai nazisti un gradino superiore agli ebrei ossia come dei sotto-uomini da schiavizzare e da sfruttare e non mancarono contro di essi dei piani di sterminio. Anch’essi durante la guerra ebbero a soffrire delle crudeltà indicibili: basta pensare che il campo di concentramento di Auschwitz venne progettato inizialmente come luogo di punizione per i polacchi dissidenti.

I nazisti perseguitarono duramente anche la chiesa polacca perché era uno dei simboli dell’identità nazionale del paese e uccisero e imprigionarono migliaia di sacerdoti. Nessuna accusa di indifferenza o di connivenza con il nazismo però è stata fatta a Pio XII per questo, perché sarebbe assurdo pensare che il pontefice potesse guardare con favore allo sterminio di un popolo cattolico e del resto. Pochi sembrano sapere che la Chiesa rischiava seriamente di essere annientata nella stessa Germania: «”Gli ebrei in Palestina, i preti a Roma” era uno degli slogan delle camicie brune e della Gioventù Hitleriana» (R. Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Bologna 2002 p. 105).

Il pontefice durante la guerra si attenne alla linea di una denuncia generale e di principio, evitando denunce ed individuazioni di colpe precise e determinate. Il motivo per cui decise di attenersi a questa linea era dato da diversi fattori: il timore di rappresaglie naziste contro i cattolici, l’esigenza di neutralità e la necessità di salvaguardare i perseguitati che si voleva difendere.

Ad esempio, riguardo alla questione polacca Pio XII dichiarò nel 1940 all’ambasciatore italiano Dino Alferi: «noi dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose, e solo ci trattiene dal farlo il sapere che renderemo la situazione di quelli infelici, se parlassimo ancora più dura». Questa sua scelta destò controversie già all’epoca tra chi pretendeva una chiara denuncia dei crimini nazisti e di chi invece chiedeva di non effettuare pubbliche denunce per il timore che la situazione potesse peggiorare ulteriormente. La linea che tenne verso gli ebrei fu praticamente identica e non mancarono accenni di condanna e di gravità del genocidio nei suoi discorsi. Ad esempio, nel 1942 gli alleati fecero pervenire al papa le prime informazioni sullo sterminio degli ebrei chiedendo di pronunciarsi e Pio XII deplorò nel suo discorso di Natale la situazione di “quelle centinaia di migliaia di persone che, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità e di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento”. Paradossalmente, questo discorso venne criticato sia dagli Alleati che dai nazisti seppur per motivi diversi: i primi lo giudicarono troppo generico, mentre i secondi invece lo considerarono fin troppo chiaro tanto che l’Ufficio di Berlino responsabile della deportazione degli ebrei (l’ufficio principale della sicurezza del Reich) annotò che “in una maniera mai conosciuta prima, il papa ha ripudiato il nuovo ordine europeo del nazionalsocialismo (…) qui egli sta virtualmente accusando il popolo tedesco di ingiustizia verso gli ebrei e si rende portavoce dei criminali di guerra ebraici” (M. Gilbert, I giusti d’Italia, P. 345).

Sul fatto che una pubblica denuncia sarebbe stata in grado di apportare qualche beneficio o se, al contrario, avrebbe procurato maggiori danni è un argomento ancora discusso tra gli storici (e probabilmente lo rimarrà perché è una discussione confinata nel puro campo ipotetico). Ciò che invece stanno convergendo ultimamente gli studiosi, anche di orientamento diverso, è che queste mancata denuncia non fu dovuta all’indifferenza di Pacelli verso l’Olocausto o ad una presunta simpatia per il regime hitleriano. Su questo argomento sono stati scritti molti libri e l’ultimo ad essere pubblicato, per il momento, è un’opera di un autore canadese, Robert. A. Ventresca, professore al King’s Kollege alla Western University di Londra che ha pubblicato una biografia del pontefice: “Soldier of Christ: the live of Pope Pio XII”.

Lo storico è cattolico, ma ha un padre di discendenza ebraica proveniente da una famiglia polacca ed è anche per questo motivo che ha deciso di analizzare a fondo la verità sul pontefice. Il biografo è arrivato alle stesse conclusioni che già altri difensori di Pacelli erano arrivati: nei primi venti anni di pontificato era evidente a tutti che la Chiesa era stata anch’essa una vittima della follia nazista e che Pio XII era considerato un eroe alla pari di Churchill e Roosevelt. Questi pensieri erano giustificati: fu Pacelli uno redattori dell’enciclica antinazista Mit brennender sorge, parecchi ebrei si rifugiarono nei territori del Vaticano come ad esempio a Castel Gandolfo, lo stesso Congresso Mondiale Ebraico donerà una grande quantità di denaro al Vaticano per l’aiuto offerto agli israeliti durante il conflitto e persino il rabbino di Gerusalemme Isaac Herzog ringraziò il papa per “i suoi sforzi di salvataggio a favore degli ebrei durante la guerra”.

Fu agli inizi degli anni ’60 con la vergognosa opera teatrale di Rolf Hochhut, “Il Vicario” che la musica iniziò a cambiare facendo divenire Pacelli il “papa dei silenzi” e persino il “papa di Hitler”. Eppure questi giudizi non tengono conto della difficoltà di Pacelli all’epoca e del suo timore di “fare più male che bene” parlando. Esiste almeno una caso in cui una chiara denuncia ebbe il solo effetto di peggiorare la situazione ed è spesso citato dai difensori del pontefice: nel 1942 la chiesa cattolica olandese denunciò dai pulpiti la deportazione degli ebrei e i nazisti arrestarono come “rappresaglia” tutti gli ebrei olandesi convertiti al cattolicesimo che riuscirono a trovare (nei rastrellamenti venne catturata anche Edith Stein che morirà successivamente nel campo di stermino di Auschwitz). Per capire l’importanza dell’opera di Pio XII è fondamentale anche la storia del rabbino capo di Roma, Israel Zolli che si convertirà al cattolicesimo finita la guerra prendendo come nome di battesimo “Eugenio” in riconoscenza a Pacelli.

È paradossale il fatto che quelli che attaccano la Chiesa per il suo comportamento durante la guerra siano spesso i primi a chiudere gli occhi di fronte al crescente antisemitismo proveniente da alcuni settori dell’estremismo islamico, dell’ateismo militante e da altre istituzioni che nutrono un crescente odio verso gli ebrei (e spesso anche contro la Chiesa).

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