Skorka e gli archivi di Pio XII

Il rabbino torna a parlare dell’accesso ai documenti del pontificato di Pacelli, che Benedetto XVI aveva fatto studiare prima di chiudere il processo di beatificazione.

ANDREA TORNIELLI (20/01/2014)

Il tema dell’apertura agli studiosi dell’archivio vaticano contenente l’enorme mole di documenti relativi al pontificato di Pio XII è fonte di polemiche ormai da decenni. In un’intervista con il Sunday Times è tornato sulla questione anche il rabbino argentino Abraham Skorka, rettore del Seminario rabbinico di Buenos Aires e amico di papa Francesco, con il quale ha dialogato a lungo confrontandosi su molti temi d’attualità. Skorka ha dichiarato: «Credo che aprirà gli archivi. La questione è molto delicata e dobbiamo continuare ad analizzarla». Sempre secondo quanto affermato dal rabbino, l’intenzione di Francesco sarebbe di procedere con l’apertura prima di proseguire nel processo di canonizzazione di Pio XII.

A Skorka ha risposto il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ricordando che «l’orientamento all’apertura degli archivi vaticani, man mano, e dei diversi fondi riguardanti il pontificato di Pio XII ancora chiusi, è un orientamento seguito da decenni dalla Santa Sede e più volte ribadito». «L’apertura, che è in programma da anni – ha aggiunto Lombardi – richiede però tempi tecnici per il lavoro di ordinamento dei documenti, prima di permetterne la consultazione. Gli archivi, insomma, dovrebbero essere aperti una volta che, completato l’ordinamento, siano effettivamente consultabili».

Vale la pena ricordare che per volontà di Paolo VI – il quale da Sostituto della Segreteria di Stato aveva avuto modo di vivere accanto a Pacelli il dramma della guerra, e da Papa lo difese pubblicamente durante il pellegrinaggio in Terra Santa avvenuto cinquant’anni fa – una significativa e corposa selezione di documenti relativi a quel periodo è già stata resa disponibile agli studiosi e pubblicata in una serie di undici volumi (in dodici tomi): sono gli «Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale» (abbreviato in ADSS). La selezione venne effettuata da un team di storici gesuiti, composto dai padri Pierre Blet, Angelo Martini, Burkhart Schneider e Robert A. Graham. I volumi, spesso ignorati dai polemisti, sono stati pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana tra il 1965 e il 1981.

La volontà di procedere con l’apertura degli archivi ha caratterizzato tutti gli ultimi pontefici. Nel giugno 2009, il Prefetto dell’Archivio Segreto, il vescovo Sergio Pagano, annunciava che sarebbero stati necessari ancora cinque o sei anni prima di rendere disponibili le carte del pontificato pacelliano: si tratta di circa 16 milioni di documenti che vanno dal 1939 al 1958. Prima di rendere accessibile agli studiosi questo archivio è necessario che tutto sia perfettamente catalogato secondo criteri scientifici. Questo richiede tempo e denaro. Non si deve poi dimenticare che, una volta aperti, gli archivi vengono molto spesso disertati dato che non sempre coloro che chiedono a gran voce la loro apertura sono poi disposti a dedicare il tempo necessario, e necessariamente lungo, alla consultazione delle carte.

Per quanto riguarda infine il processo di beatificazione di Pio XII, non va dimenticato che nel maggio 2007 i cardinali e vescovi della Congregazione delle cause dei santi si espressero a favore della proclamazione dell’eroicità delle virtù di Pacelli. Ma Benedetto XVI non promulgò subito il decreto, affidando un’inchiesta storica supplementare proprio sulle carte e sui documenti degli archivi vaticani. Un lavoro durato oltre due anni, le cui conclusioni sono state ancora una volta positive per la causa. Così, a sorpresa, nel dicembre 2009, Papa Ratzinger ha promulgato il decreto su Pacelli, concludendo il processo. Ciò che manca per l’eventuale beatificazione è il riconoscimento di un miracolo attribuito all’intercessione di Pio XII.

Nel luglio 2013, in occasione del settantesimo anniversario del bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo, Papa Francesco ha citato il predecessore Pio XII in una lettera al cardinale vicario di Roma, ricordando che anche in quella occasione «si mostrò pastore premuroso che sta in mezzo al proprio gregge, specialmente nell’ora della prova, pronto a condividere le sofferenze della sua gente».

L’11 ottobre scorso, ricevendo in Vaticano una delegazione della comunità ebraica di Roma venuta per commemorare la deportazione degli ebrei del ghetto nel 1943, Francesco, oltre a lanciare un appello perché «l’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna», aveva ricordato l’azione di aiuto agli ebrei promossa da cristiani e da uomini di Chiesa con il beneplacito di Pio XII. E aveva rievocato come «nell’ora delle tenebre la comunità cristiana di questa città abbia saputo tendere la mano al fratello in difficoltà. Sappiamo come molti istituti religiosi, monasteri e le stesse basiliche papali, interpretando la volontà del Papa, abbiano aperto le loro porte per una fraterna accoglienza, e come tanti cristiani comuni abbiano offerto l’aiuto che potevano dare, piccolo o grande che fosse».

Gli studi in proposito procedono non senza difficoltà, perché raramente coloro che accoglievano i perseguitati tenevano una documentata contabilità delle loro azioni. Ciononostante, le ricerche della storica suor Grazia Loparco attestano che soltanto in Italia, in più di 100 città e in 102 paesi, 500 case religiose maschili e femminili hanno nascosto degli ebrei. Solo a Roma, i religiosi – a rischio della vita – hanno ospitato circa 4500 ebrei. Uno sforzo che non si spiega senza la tacita benedizione del Papa. Del resto, molti ebrei sono stati nascosti in istituti di clausura e solo un ordine speciale del Pontefice poteva permettere di violarla.

©LA STAMPA

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