L’apertura dell’Archivio Segreto di Pio XII? Sarà un’attesa breve

Intervista a padre Peter Gumpel, Relatore della Causa di Beatificazione di Papa Pacelli, che racconta i suoi 20 anni di lavoro tra le carte di un pontificato tanto tormentato.

di Emanuele D’Onofrio (24/01/2014)

Pochi giorni dopo la pubblicazione di nuove indiscrezioni sull’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano, notizie prontamente ridimensionate dall’intervento di padre Federico Lombardi, Aleteia ha voluto incontrare la persona che meglio di ogni altra ha studiato le carte dell’Archivio Segreto di Pio XII, il padre gesuita Peter Gumpel, Relatore della Causa di Beatificazione di Papa Pacelli. Si tratta di una lunga intervista, che pubblicheremo in più puntate sul nostro sito. In questa prima parte, padre Gumpel ci racconta tutto quello che è possibile sapere dell’Archivio Segreto Vaticano.

Padre Gumpel, come è arrivato ad occuparsi di Pio XII?

Il 1 settembre 1960 fui chiamato alla Cura generalizia della Compagnia di Gesù; fino a quel momento ero stato attivo come prefetto degli studi e docente al Pontificio Collegio Germanico Ungarico. Fui nominato primo assistente e, nel caso fosse stato necessario, Sostituto del Postulatore Generale del nostro ordine, che aveva 70 cause di beatificazione e canonizzazione, e 30 cause di non gesuiti, specialmente di laici. Quindi un grande lavoro. Al tempo stesso fui incaricato di assistere il professor Paolo Molinari, il Postulatore generale, che era stato chiamato come Perito del Concilio Vaticano II, una nomina che volevano assegnare anche a me e che ho rifiutato, con la condizione che seguissi tutto l’andamento del Concilio dall’interno e avessi libero accesso al lavoro delle Commissioni, anche di quella teologica. Poi, nel 1983, dopo essere stato per 12 anni Consultore Teologo della Congregazione per le Cause dei Santi, il papa Giovanni Paolo II mi nominò, dopo la nuova legislazione del 1983, Relatore.

Che figura è il Relatore? Che diritti le dava questo ruolo rispetto agli archivi?

Il Relatore è un ufficiale maggiore di prima classe nella gerarchia vaticana. Io fui assegnato alla Congregazione per le Cause dei Santi, con l’incarico di occuparmi di 80 cause e verificare se dal lato storico e teologico tutto il materiale presentato alla Congregazione era affidabile, o se c’erano delle lacune, ed eventualmente di ordinare nuove investigazioni: insomma, dovevo controllare tutto. E per fare questo lavoro, per ordine di Giovanni Paolo II, mi fu dato accesso libero ed illimitato a tutti gli archivi vaticani, ed in modo particolare all’Archivio Segreto e all’Archivio della Segreteria di Stato.

Come fu il suo impatto con gli archivi?

In seguito a questo ordine del Sommo Pontefice fui invitato a fare un sopralluogo, una prima visita a questo Archivio Segreto Vaticano, e un alto ufficiale ebbe la bontà di accompagnarmi per tre ore per farmi vedere che cosa c’era e per farmi rendere conto della situazione. In questa visita ho visto scaffali di molte centinaia di metri di lunghezza, e su questi scaffali erano collocati lunghi cartoni. In seguito ad una mia richiesta, uno o due di questi furono aperti, ed ebbi modo di vedere che cosa c’era dentro. Ho trovato un miscuglio di cose, materiali estremamente separati ed eterogenei, e mi sono domandato come mai si fosse arrivati a quella situazione. Mi fu spiegato questo: durante la Seconda Guerra Mondiale, dal 1939 al 1945, non di rado arrivavano al giorno un migliaio di lettere alla Santa Sede, di contenuto molto disparato, molto diverso. All’epoca il personale era limitato, davano una rapida risposta, e poi le cose venivano messe in questi scatoloni con la speranza un giorno di poterle ordinare.

Ma perché questo materiale è rimasto “segreto”?

Bisogna sapere una cosa, e questo è importante: tutti gli Stati hanno un limite di tempo nel quale non si possono consultare gli archivi statali. In alcuni casi sono 30 anni, in altri 50, in qualche caso persino 100 anni. In Vaticano non c’è una legge che determina questo, ma c’è una norma secondo cui gli archivi relativi ad un pontificato diventano accessibili 70 anni dopo la morte del Sommo Pontefice. Questo voleva dire che nel caso di Pio XII, per la causa del quale io ero responsabile come Relatore, gli atti del suo pontificato si sarebbero dovuto aprire nel 2028, essendo lui morto il 9 ottobre 1958.

Qual è la consistenza del materiale in questo archivio di Pio XII?

Molte persone non se ne rendono conto. Si parla di 16 milioni di facciate! Un’enormità di lettere inviate alla Santa Sede, di risposte date, ecc. Lei può capire che per mettere ordine a questo materiale c’è voluto un lavoro immane. Il personale era molto limitato: per i primi 20 anni, c’erano soltanto 2 archivisti professionisti. Ora sono molti di più, data l’esigenza di rendere finalmente accessibili questi archivi. È quello che noi vogliamo, anche per poter definitivamente controbattere a tanti attacchi e tante idiozie che sono state dette su questo pontificato.

Quale periodo copre il materiale dell’archivio?

L’archivio è relativo a tutto il periodo di Pio XII. Se uno vuol capire le cose avvenute durante la guerra deve vedere anche quello che precede, perché questo spiega molte decisioni prese. È interessante guardare anche ai 12 anni quando Pacelli è stato Nunzio apostolico in Germania, e poi i 9 anni in cui fu Segretario di Stato di Pio XI: Pio XI è morto nel febbraio ’39, quindi gli atti e gli archivi sono aperti. Ma chi li consulta? Quasi nessuno. Dobbiamo anche ricordare che la Santa Sede sotto Paolo VI diede ordine di pubblicare documenti diplomatici che riguardano la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di 12 volumi con migliaia e migliaia di documenti, una collezione intitolata Atti e documenti della Santa Sede in riferimento alla Seconda Guerra Mondiale. Questi sono già pubblicati: io ho avuto contatti con i tre esperti che si sono occupati di preparare questi volumi. Il loro primo volume è uscito nel 1963, l’ultimo, cioè il dodicesimo, è uscito nel dicembre 1981, dunque ci sono voluti 18 anni. Questi esperti hanno trovato gli scatoloni come io li ho trovati: una scatola dopo l’altra, hanno preso in mano ogni documento al suo interno, hanno selezionato ciò che aveva un interesse e alla fine hanno pubblicato migliaia e migliaia di pagine che sono accessibili. Ma chi le legge? Pochissime persone. L’ho potuto constatare in colloqui privati con professori universitari, soprattutto dell’America del Nord, e mi sono accorto che molte di queste persone non conoscono né l’italiano, né il tedesco, e quindi non hanno avuto la possibilità di studiare questi Atti. Anche il francese crea loro problemi. Noi, ad ogni modo, speriamo che in un periodo ormai relativamente breve tutti gli Atti nell’Archivio Segreto Vaticano e nell’Archivio della Segreteria di Stato siano resi accessibili.

Come hanno lavorato gli archivisti?

Il lavoro da fare era innanzitutto una cernita, cioè mettere insieme ciò che deve stare insieme, perché alcune questioni si sono protratte per anni, con documenti sparsi in varie scatole. Poi occorreva fare una divisione secondo i vari tipi di questioni: alcune lettere chiedono soldi, altre chiedono informazioni su persone disperse, altri sono documenti strettamente diplomatici. Quindi c’è un miscuglio di cose. In secondo luogo, c’erano due possibilità: rilegare queste cose o metterle in “faldoni”. Il vantaggio dei faldoni è che i documenti rimangono sciolti e quindi possono essere fotocopiati più facilmente. Nei faldoni poi occorre assegnare al materiale una numerazione che permette all’investigatore di trovare facilmente quello che cerca. Inoltre – e questo è un lavoro immane – si debbono fare degli indici delle decine di migliaia di nomi che sono menzionati: questo è un primo indice, un indice di persone, che mi permette di verificare con relativa facilità se una persona X ha avuto contatti con la Santa Sede, e per quale questione. C’è poi un secondo indice: secondo le diocesi, secondo le nazioni, ecc., con cui uno può sapere se una diocesi ha avuto contatti con la Santa Sede in questo periodo, di cosa si è trattato, quale è stata la risposta, ecc. Poi il terzo indice è tematico: secondo vari temi, uno può conoscere così le risposte della Santa Sede ai vari governi, le prese di posizioni fondamentali. Tutto questo richiede molto tempo.

In questi anni stanno ancora lavorando a questo?

Sì, e sono arrivati già a buon punto. Io regolarmente ho chiesto al Prefetto dell’Archivio Segreto, il vescovo dott. Sergio Pagano, “quando siete pronti?”. Lui naturalmente è molto cauto e non vuole fissare un determinato giorno, ma senza specificare quando saranno aperti gli archivi, si può pensare che sarà un’attesa breve.

Lei già trent’anni fa, ad ogni modo, mise mano agli scatoloni?

Sì, da subito dopo la mia nomina a Relatore io avevo preso un accordo con i pochi archivisti di allora, con i quali io avevo rapporti molto cordiali anche perché sapevano che il Papa mi aveva dato questo ordine, che prevedeva che se nel loro lavoro avessero trovato cose che potevano interessarmi mi avrebbero dovuto mandare una copia del documento. Questo lo hanno fatto regolarmente, in modo che io – via via che il lavoro procedeva – ho potuto lavorare alla Posizione che abbiamo presentato soltanto nel 2004. Dunque, non abbiamo avuto fretta. In alcuni casi le Postulazioni sono andate di fretta, e questo a me non è mai andato giù. Io sono uno storico di professione: occorre esaminare ogni singola questione per avere la certezza scientifica. In questo archivio non c’è niente che io non abbia visto: il Postulatore, il professor Molinari, ed io, abbiamo voluto esaminare ogni cosa fino in fondo per poi presentare le cose alla Congregazione e sottoporla alle tre discussioni: prima da parte degli storici, poi da parte dei teologi, ed infine dai cardinali e vescovi della Congregazione. Ci furono 13 votanti che all’unanimità diedero parere estremamente positivo ed hanno consigliato all’allora Pontefice, oggi emerito, Benedetto XVI, di procedere subito alla Dichiarazione di eroicità delle virtù di Papa Pacelli. Benedetto XVI, per il quale avevo lavorato parecchio quando lui era Prefetto della Congregazione del Santo Uffizio, ha voluto considerare lui stesso le cose, perché ci sono diverse opposizioni alla causa di beatificazione.

Da parte di chi in particolare?

Vengono principalmente da tre fonti. Prima di tutto da parte dei comunisti, che hanno fatto una grande propaganda, piena di notizie false, contro Pio XII: in particolare i sovietici russi, ma anche i comunisti italiani, seppur in misura minore. La seconda categoria è la massoneria, che in buona parte è sempre stata estremamente anticattolica. Ci sono anche gruppi massonici umanitari, ma i veri massoni, inglesi e francesi, si dicono liberi pensatori e sono contro ogni religione. Il terzo gruppo, e questo è penoso per me, sono alcune frange di ebrei. Tuttavia, quando si parla di grandi gruppi di persone di una nazione, di una religione, ecc, occorre sempre distinguere: io ho ricevuto una visita di 800 Rabbini, estremamente fedeli alla legge mosaica, che mi hanno detto: “noi non abbiamo niente a che fare con questi attacchi a Pio XII, noi sappiamo che ha salvato migliaia e migliaia di persone. Gli siamo riconoscenti”. Ma ci sono ebrei, spesso atei, che hanno lanciato una campagna sostenendo che il Papa non aveva fatto nulla, e andando contro le affermazioni di molti ebrei di primo ordine. Per citare un solo esempio: Martin Gilbert, che è considerato il maggiore specialista dell’Olocausto, è a favore di Pio XII al 100%.

© ALETEIA TEAM

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