Pio XII e la Shoah: ecco cosa raccontano i documenti dell’Archivio segreto

Padre Gumpel: “I documenti dimostrano che Pio XII ha fatto tutto il possibile per aiutare gli ebrei”.

di Emenuele D’Onofrio (24/01/2014)

Dopo un’ampia panoramica sul lavoro da lui svolto come Relatore della Causa di Beatificazione di Papa Pacelli, padre Peter Gumpel – in questa seconda parte dell’intervista ad Aleteia – ritorna ai terribili momenti di quei tragici giorni tra settembre e ottobre 1943, dall’occupazione nazista di Roma alla deportazione degli ebrei del Ghetto: in particolare, racconta come fu interpellata la Santa Sede e quale fu la risposta del Papa. Nella prossima puntata dell’intervista, padre Gumpel ci parlerà, tra le altre cose, anche di come la sua famiglia abbia sofferto per l’opposizione al regime di Hitler.

Di che natura erano i documenti che le inviavano gli archivisti?

Gumpel: Naturalmente all’epoca ogni cosa passava attraverso la Segreteria di Stato: c’erano allora monsignor Montini, monsignor Tardini, il Segretario di Stato Cardinale Luigi Maglione, ma il personale della Segreteria di Stato era abbastanza limitato, soprattutto rispetto a quello di oggi. Sono diverse quindi le persone che si sono occupate di formulare le risposte e soprattutto di consigliare il Papa. Pio XII ascoltava tutti, era una persona abituata a consultarsi, lo so anche per esperienza personale, ma alla fine era lui che prendeva le decisioni.

C’erano richieste di aiuto dirette al pontefice?

Sì, certamente. Per tornare alla questione dell’opposizione che si è fatta da parte di quei tre gruppi di persone che ho menzionato [i comunisti, i massoni e diversi ambienti ebraici, ndr], dobbiamo chiederci: cosa sanno della vera documentazione? Io ho parlato con parecchi di loro e ho scoperto che non conoscono né il tedesco né l’italiano né il latino, dunque non hanno accesso ai documenti di prim’ordine. Tutta la corrispondenza tra Pio XII, la Segreteria di Stato con le varie Nunziature, per loro è un libro chiuso con sette sigilli, non possono neanche capirlo. Quando alcuni di loro sono venuti da me io gli ho mostrato i documenti che avevo, e ho dovuto fare la traduzione passo per passo. La risposta che mi davano era sempre: questo noi non lo sapevamo. Certo, nessuno deve sapere tutto, ma se non lo sapevano perché hanno espresso giudizi tassativamente negativi? Questo non è accettabile né umanamente né dal lato scientifico, lo dico come storico di professione. Se uno non conosce e non può leggere i documenti, allora è meglio che non dica nulla. Qualche volta mi è capitato di dire ad un collega docente, quando sono stato professore alla Pontificia Università Gregoriana, “caro collega, mi permetta, se lei scriverà ancora su questa cosa con giudizi di questo genere, sarebbe opportuno che aggiungesse ‘per quanto ho potuto vedere dai documenti in lingua inglese’, così tutti sapranno che lei si basa su documenti di discutibile valore e non su quelli autentici”. Vedremo se continueranno a ripetersi questi attacchi, fatti senza conoscere i documenti. Una cosa è sicura, noi siamo tutti a favore di un’apertura, il prima possibile, di tutti gli Archivi del Vaticano. È nostro interesse, così da mettere finalmente fine a questi continui attacchi non basati sulla verità.

Cosa raccontano questi documenti?

I documenti dimostrano che Pio XII ha fatto tutto il possibile per aiutare gli ebrei. Le darò alcuni esempi. Lei sa naturalmente che Roma fu occupata dai tedeschi il 12 settembre 1943, quattro giorni dopo l’armistizio. Il 26 settembre, quindici giorni dopo, il capo delle SS di Roma Kappler chiama i rappresentanti più autorevoli della comunità ebraica di Roma, un certo Ugo Foà, che era il presidente della comunità, ed anche un certo Anselmi, e gli dice: “Voi dovete fornirmi 50 kg di oro entro 36 ore, altrimenti 200 ebrei saranno arrestati e deportati in Germania”. A quel punto gli ebrei fanno di tutto per trovare i 50 kg di oro, ma non ci riescono. E qui succede una cosa che gli ebrei non amano ricordare, ma che per motivi storici bisogna dire. Il rabbino capo di Roma, Israel Zolli, che era stato rabbino capo di Trieste, dunque assai vicino alla Germania e per questo ben consapevole di quanto avveniva con le deportazioni degli ebrei, chiama questi capi politici della comunità politica di Roma e gli dice: Signori, è necessario che noi chiudiamo la sinagoga, nascondiamo tutti gli incartamenti, diciamo a tutti di fuggire da Roma, dobbiamo anche prelevare dei soldi per pagare gli impiegati con alcuni mesi di anticipo, ecc. Dobbiamo temere il fatto che i tedeschi arrestino tutti gli ebrei e li deportino, chissà per quale fine.

E i capi della comunità cosa rispondono?

Non gli credono, anzi lo ridicolizzano, gli danno dell’allarmista; ricordiamo che parecchi ebrei erano stati fascisti, questo è un fatto notorio, anche in posizioni abbastanza elevate, ed erano convinti che poiché si era in Italia certe cose non potevano accadere. E nemmeno quando Kappler esige i 50 kg di oro cambiano idea: sono convinti che a loro, una volta consegnato l’oro, non potrà succedere nulla. Il problema è, però, che non riescono a trovare i 50 kg di oro; con tutte le fedi e altri oggetti della popolazione ebraica arrivano a 35 kg. Allora il rabbino capo Zolli va in Vaticano e parla con Bernardino Nogara, un laico incaricato di un fondo speciale di aiuto della Santa Sede. Nogara immediatamente prende contatto con il Sommo Pontefice Pio XII che gli risponde: Io sono disposto a dare l’oro. Se in 36 ore non troviamo questo ammontare, diamo l’equivalente in valuta pregiata, franchi o dollari americani. Quando Zolli torna a casa, troverà che sono stati raccolti i 15 kg d’oro mancanti, conscio che sono stati consegnati spontaneamente da cattolici. Noi un documento su questo non l’abbiamo, non sappiamo se era la verità, ma sappiamo che quella era la sua opinione.

Dopo questo episodio, cosa succede?

Il 28 settembre questi 50 kg sono consegnati a Kappler; quando gli ebrei pensano di essere al sicuro, il 29 settembre, cioè il giorno dopo, c’è l’irruzione dei nazisti nella sinagoga di Roma e di altri uffici amministrativi della comunità. Viene confiscato tutto lo schedario con gli indirizzi dove gli ebrei abitano: è il preludio di quello che poi succede la notte tra il 15 e il 16 ottobre. Portano via anche libri, due milioni di lire e qualunque cosa trovino. Poco dopo arrivano a Roma 365 membri delle SS, con l’incarico di arrestare 8.000 ebrei. Ora, 365 persone non bastano per arrestarne 8.000, dunque il loro capo si rivolge al comandante militare di Roma, il maggiore generale Reinhard Stahel, che però si rifiuta di concedere uomini: Davanti ai suoi comandanti egli dice “con questa porcheria – è la sua espressione, non mia – io non voglio avere niente a che fare”. Il capo delle SS si rivolge allora al Feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo del fronte italiano – ricordiamo che intorno a Monte Cassino sono ancora in corso combattimenti molto aspri tra tedeschi ed anglo-americani – che è un buon cattolico, praticante, e che non vuole avere niente a che fare con questa azione. Tuttavia, nonostante siano rimasti in pochi, i 365 uomini delle SS nella notte tra il 15 e il 16 ottobre fanno irruzione nel ghetto e arrestano 1.259 persone, li portano nel Collegio militare, sul lungotevere, non lontano dal Vaticano. Durante quella notte, le grida degli arrestati, quelle rozze delle SS sono terribili: fanno un tale chiasso che una donna, che vive nelle vicinanze, si sveglia e telefona ad un’amica. Questa amica è la principessa Enza Pignatelli Cortes Aragona, una discepola di Pio XII; per questo, le dice: “Corri subito dal Papa, che possa fermare subito questa cosa”.

Cosa fa la Principessa?

Lei sa che c’è il divieto di uscire la notte, per il coprifuoco. Allora telefona ad un giovane diplomatico tedesco, un certo Gustav Wollenveber, che anni più tardi diventerà ambasciatore della Germania Ovest, e gli dice: “Può portarmi in Vaticano? Ho bisogno urgentissimo di parlare con il Papa”. Questo giovane diplomatico arriva con una vettura diplomatica, con una bandiera tedesca davanti, la fa salire e la porta in Vaticano: e questa donna, che è molto energica, riesce ad arrivare nella Cappella privata del Papa spingendo via con i gomiti le persone che volevano trattenerla, ed entra quando il Papa aveva appena finito la messa. Pio XII la ascolta esterrefatto, perché lui non sapeva nulla né poteva saperlo. In presenza della Principessa telefona immediatamente al Segretario di Stato Maglione dicendogli di venire subito e di chiamare immediatamente l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede per fare una dura protesta, chiedendo che la cosa finisca. Il diplomatico, a colloquio con Maglione, risponde: “Eminenza, questo non serve a nulla, lei sa per esperienza che ogni protesta pubblica contro Hitler non solo non ha alcun effetto positivo. Anzi, ha effetti negativi, lui si arrabbia e si inferocisce, non solo contro gli ebrei, ma anche contro la Chiesa Cattolica, verso la quale è già molto ostile”.

Quindi il regime nazista non ha mai avuto simpatia per i Cattolici?

Questo è confermato da quanto era successo dopo l’Enciclica Mit Brennender Sorge, che è un documento durissimo scritto in tedesco e diffuso in Germania di nascosto, una domenica di marzo del 1937, che non ha prodotto alcun effetto positivo, anzi, ha causato una nuova e più violenta persecuzione della Chiesa Cattolica in Germania. E c’erano altre cose: ebrei arrivati dalla Germania e da altri Paesi avevano detto: per carità, non faccia mai una protesta pubblica, aggraverebbe la nostra situazione. Ricordiamo anche un altro episodio, a questo riguardo: il Papa aveva già mandato in Polonia un ufficiale, Paganucci, con un treno dell’Ordine di Malta, quindi un mezzo neutrale che serviva a portare a casa i soldati italiani gravemente feriti in Russia, incaricato di portare grosse scatole che apparentemente contenevano cibo, ma che in realtà erano piene di foglietti da distribuire alla popolazione e ai preti polacchi per rassicurarli sul fatto che il Papa fosse dalla loro parte, che stesse facendo tutto quello che poteva per aiutarli. Ebbene, cosa era successo? Che l’arcivescovo di Cracovia, quando aveva visto quel contenuto aveva cambiato colore e buttato tutto nel fuoco dicendo: “Per carità, se distribuisco questi fogli non ci saranno abbastanza teste in Polonia che possano cadere. Dite al Papa che noi sappiamo che è con noi”.

Quindi il Papa conosceva già quale sarebbe stata la reazione di Hitler?

Sì, infatti l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede propose: lasciate fare a me, scriverò a Berlino per chiedere di fermare tutto. Questo lo dice, ma non lo fa. Per tutto il 16 ottobre non fa nulla, e il 17 ottobre scrive una lettera a Berlino, in cui rassicura che il Papa, nonostante le pressioni, non farà nessuna denuncia. Insomma, scrive esattamente ciò che a Berlino vogliono sapere, come facevano molti diplomatici ai tempi del nazismo. Sapevano che se avessero scritto cose non gradite ad Hitler sarebbero stati considerati disfattisti e sarebbero stati licenziati. La cosa grave era che quando questi fu interrogato, dopo la guerra, non disse nulla: dunque si rese oggettivamente colpevole. Ma il Papa, che non si era fidato di quella proposta, aveva già preso una seconda iniziativa, attraverso un vescovo che era considerato un filonazista, l’austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio Anima qui a Roma. Quest’ultimo aveva scritto una lettera al comandante Stahel, con la richiesta di inoltrare la protesta a Berlino. Stahel si impressiona, ma anche quella lettera non aveva sortito alcun effetto. Eppure succede qualcosa di imprevisto….

© ALETEIA TEAM

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