I soldi di Papa Pio XII per aiutare gli ebrei internati a Campagna

Palatucci li spediva nel Salernitano, suo zio vescovo chiedeva sostegno al Vaticano per farli sopravvivere.

di Giuseppe D’Angelo (27/01/2014)

Non si è ancora sopita la polemica seguita alle notizie rilanciate dal New York Times tra maggio e giugno dello scorso anno che si riferiscono al ruolo di Giovanni Palatucci, il dirigente Ps della questura di Fiume che avrebbe salvato la vita a molti ebrei, nascondendoli, procurando loro permessi di espatrio o inviandoli in campi di internamento situati nell’Italia meridionale e, fra questi, a Campagna. Tre punti, in particolare, colpiscono dello studio presentato. Secondo i ricercatori del Centro Primo Levi di New York, Palatucci non sarebbe stato un «giusto» che avrebbe cercato di salvare persone perseguitate, ma un fascista, un leale e zelante funzionario che avrebbe operato al servizio dei nazisti; non sarebbe stato deportato a Dachau, dove è morto all’inizio del 1945, per la sua attività a favore degli ebrei, ma per aver rivelato notizie riservate agli alleati; non avrebbe salvato cinquemila ebrei, ma una sola, la signora Elena Aschkenasy. E, in più, lo studio aggiunge che il “mito” di Palatucci sarebbe stato costruito dallo zio – Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna – con lo scopo di garantire una pensione alla famiglia.

Alle polemiche forse sarebbe sufficiente ribattere che lo stesso Centro Primo Levi, dopo aver tentato di trasformare il mito di Palatucci/eroe in quello di Palatucci/carnefice, ha sentito l’esigenza di approfondire le ricerche e ha chiesto a un nutrito e autorevole gruppo di studiosi di continuare il lavoro iniziato. Forse, solo per sollevare una questione di metodo, sarebbe stato più giusto prima studiare e, in seguito, comunicare. Forse sarebbe altrettanto agevole rilevare che sarebbe stato assai piú strano se Giovanni Palatucci non fosse stato fascista: nessuno, di medio buon senso, potrebbe immaginare un funzionario di Ps a capo dell’Ufficio stranieri di una Regia Questura dell’Italia settentrionale occupata dai nazisti senza la tessera del Pnf prima e senza aderire alla Rsi dopo. L’ultima parte della sua vita, l’arresto e la deportazione per collusione con il nemico e, soprattutto, la sua morte nel campo di sterminio a 16 chilometri da Monaco di Baviera testimoniano le sue scelte personali e a quale prezzo le abbia pagate. Ma la cosa che piú di altre lascia perplessi è il ragionieristico conteggio di quanti ebrei avrebbe salvato. Itzhak Stern – il contabile ebreo, che affianca il nazista Oskar Schindler nell’opera di salvare gli ebrei dallo sterminio ad Auschwitz – cita il Talmud quando ricorda al suo «datore di lavoro» che «Chi salva una vita, salva il mondo intero». E questo, del resto, è il principio che ispira lo Yad Vashem, che non ricerca l’eroe straordinario, ma di chi, silenziosamente, ha compiuto anche il piú piccolo gesto nei confronti dei perseguitati.

Ma oggi è il giorno dedicato alla memoria della Shoah e alcune cose è giusto ricordarle. Vorrei ricordare soprattutto degli ebrei internati a Campagna, nei due conventi di San Bartolomeo e dell’Immacolata Concezione. Sono solo alcune centinaia di ebrei non italiani, ma, trattandosi di esseri umani altrimenti destinati ai campi di sterminio, la cifra non mi sembra irrilevante! Sono certamente inviati all’internamento, utilizzando le norme della legislazione fascista in materia, da Giovanni Palatucci, nella sua qualità di capo dell’ufficio stranieri, già prima della nascita della Repubblica sociale. Nel 1940 gli internati sono 292, in prevalenza di nazionalità germanica o tedesca; si contano 22 nuclei familiari; sono presenti tra loro quattro religiosi: un sacerdote, un religioso, un eremita e, soprattutto, un rabbino che celebra i riti ebraici in una piccola sinagoga ricavata all’interno del convento di S. Bartolomeo. Questo, però, Giovanni Palatucci non può organizzarlo da Fiume, deve avere un corrispondente disponibile ed autorevole a Campagna. È lo zio, Giuseppe Maria Palatucci, vescovo della diocesi di Campagna dal 1937 alla data della sua morte, nel 1961. È il presule che organizza la vita degli ebrei a Campagna e la convivenza tra gli internati e la popolazione locale; è il vescovo che consente agli internati di professare la propria religione; è a quel vescovo che gli internati si rivolgono chiamandolo «il nostro vescovo».

È sempre monsignor Palatucci che si adopera per ottenere i fondi necessari per garantire una condizione di vita piú accettabile. A lui, in ripetute occasioni, il segretario di Stato, cardinale Lugi Maglione, e il sostituto della segreteria, Giovanni Battista Montini, inviano somme di danaro da parte di Pio XII, destinate a chi «soffre per ragioni di razza», con il «vivo compiacimento [per] la solerte opera di carità, che Ella svolge per alleviare tanti dolori». Giuseppe Palatucci è stato accusato di aver svolto una intensa opera di proselitismo tra gli ebrei per convertirli alla religione cattolica e che in qualche caso ci sia riuscito. Anche a questa obiezione non si può rispondere che sarebbe stato assai strano un diverso comportamento da parte del presule, che ha vissuto in un’epoca segnata ancora da un profondo antigiudaismo e da una attiva opera di conversione degli ebrei. Wolf Murmelstein scrive: «Giovanni Palatucci ha potuto aiutare proprio perché lo zio Vescovo Giuseppe Maria Palatucci a propria volta si è impegnato, facendo valere la propria influenza, a proseguire questa attività di assistenza e salvataggio». Questa affermazione mi sembra il nucleo centrale della vicenda dei Palatucci e dei campi di Campagna. Non so se l’opera svolta dallo zio e dal nipote sia sufficiente per meritare loro il titolo di “giusto”; né, tanto meno, sono postulatore apostolico nelle cause di beatificazione. Credo, però, che altra e tragica sarebbe stata la storia personale di quelle persone inviate a Campagna, accolte dal vescovo e alla fine salvate dall’iniziativa di una “guardia”, il maresciallo Remo Tagliaferri, che, alla vigilia dell’arrivo dei tedeschi che hanno il compito di “sgomberare” il campo, fa fuggire gli internati e con questi si nasconde sulle montagne tra Campagna e Acerno. Storie di uomini “comuni” che non hanno accettato di considerare un’altra persona un essere inferiore. Il mito dei “buoni italiani” si è fortunatamente dissolto e le leggi razziste volute dal fascismo nel 1938 restano quale monito vergognoso nella storia del paese. Questo, però, non può e non deve far dimenticare gli “italiani buoni” e le loro azioni.

© CORRIERE DELLA SERA

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