Il «complotto» di Pio XII per salvare Roma

di Matteo Luigi Napolitano (18/02/2015)

Vogliamo raccontare un paragrafo di una più ampia storia della Roma occupata e poi liberata nella Seconda guerra mondiale: un paragrafo che a nostro avviso riassume in modo efficace i rapporti tra Vaticano e fascismo, anche nella versione riveduta e corretta di Salò.

10968366_10153244806490769_4591542951655171225_nLa documentazione esistente, vaticana e italiana, attesta dettagliatamente tutti i passi svolti dalla Santa Sede per evitare che Roma, patrimonio spirituale, civile e culturale dell’umanità, divenisse terreno di combattimenti tra Alleati e nazifascisti. Da qui la pressante, reiterata richiesta vaticana che i tedeschi spostassero i comandi militari dalla capitale per destinarli altrove, al fine di garantire una maggior protezione e un’efficace opera di soccorso alla popolazione civile. L’opera della Santa Sede in tal senso spiega il debito di gratitudine della popolazione romana verso Pio XII, al momento della liberazione della capitale.

Nel contesto di una Roma ormai liberata s’inserisce la vicenda narrata da alcuni documenti dell’Archivio Centrale dello Stato. L’ormai declinante Repubblica di Salò guarda a Roma analizzando e filtrando informazioni provenienti da oltre la Linea gotica. L’ambiente romano è infatti sempre al centro delle attenzioni dei servizi informativi di Salò, facenti capo al ministero della Cultura popolare e a quello dell’Interno. Ed è da questi organi che giungono informazioni interessanti.

In un rapporto del Minculpop inoltrato dal ministero degli Interni della Repubblica sociale italiana si afferma una verità: a Roma è in atto un piano di «internazionalizzazione dell’Urbe» dietro il quale ci sarebbe non solo il principe Marcantonio Pacelli, fratello di Pio XII (in ciò seguito da altre nobili famiglie romane), ma lo stesso Vaticano. In un appunto dattiloscritto per il ministro, redatto tra fine luglio e il 1° agosto 1944 e «visto dal Duce», si legge: «A Roma si continuerebbe con un ritmo intenso la politica per internazionalizzare l’Urbe. Fautore è il Vaticano e il principe Marcantonio Pacelli, fratello del Papa, sarebbe uno dei massimi esponenti». L’appunto cita poi le nobili famiglie romane coinvolte nel progetto: i Doria Pamphili, gli Odelscalchi, i Barberini, i Pecci, i Giovannelli e i Boncompagni. «Tutti vorrebbero che il potere del Papa si estendesse in tutta la città a qualsiasi costo», proseguiva l’appunto.

Si aggiunge poi un po’ di “veleno in coda”: «Ad essi interessa mantenere l’attuale posizione di signorotti e di spadroneggiatori e, insieme al fasto, che non manchino quelle provvigioni che lo straniero non fa mancare alla corte vaticana». Si legge del rancore ideologico in questa chiusa, e quell’illusorio ritorno al fascismo “delle origini” che Mussolini idealizzava in una Repubblica proletaria e antiborghese. Un Mussolini inconsapevole del fatto che la sua nuova creatura di Salò era in verità un fantoccio della Germania nazista.

Nessun dubbio per i gerarchi repubblichini. L’attività del Papa e di suo fratello si configura come «attività antinazionale» (il che suona strano, detto da uno “Stato” consegnatosi nelle mani dei nazisti). Non solo. Ma tale attività verrebbe svolta «con la collaborazione di elementi ebrei, per assecondare la politica di alcuni esponenti del Vaticano». In altre parole, la rilevata attività internazionale si configurava, nei soliti canoni lessicali fascisti, come un «complotto giudaico-vaticano».

Chi c’era dietro questo complotto? Un secondo appunto lo dice chiaramente. Vi erano il Marchese Bombrini, ex podestà di Genova (la cui figlia aveva sposato un nipote di Pio XII); un medico ungherese ebreo, Ladislao Grosz, che aveva ottenuto la cittadinanza italiana grazie ad aderenze romane (era il medico personale del prefetto Le Pera); e un’ebrea polacca «riuscita a farsi passare per ariana cambiando il suo vero nome, Kahan Lilian, con quello di Lilia Cristina». Quest’ultima «aveva un salotto che, anche durante la permanenza a Roma delle truppe tedesche, era un centro della massima importanza» ed «era in grado di conoscere quanto avveniva nelle alte sfere» servendosi di “osservatori” infiltrati nei comandi germanici. La Kahan inoltre si spostava molto facilmente in Italia settentrionale; e in qualsiasi città si recasse, questa veniva subito dopo bombardata dagli Alleati. Si trattava di un elemento pericoloso anche perché riferiva agli Alleati i nomi dei collaborazionisti.

Dunque, tutti complici del progetto vaticano di Roma “città internazionale” sotto l’egida del Papa. E sotto la lente fascista torna sempre il già citato marchese Bombrini, nipote acquisito di Pio XII, «che ha dei legami con la cricca dell’arcivescovo di Genova, Boetto, e sarebbe in contatto con gli elementi di Roma». Si configurava praticamente un’attività «decisamente antitaliana», che nel pieno della guerra veniva svolta da elementi «in relazione con la Santa Sede». E non vi era dubbio alcuno su chi fosse a capo di tutte queste operazioni: «Costoro agiscono in Roma avendo come epicentro la Città del Vaticano».

Era l’ultimo conato di odio fascista contro un Papa che gli stessi Alleati, durante la guerra, considerarono sempre schierato al loro fianco nella lotta contro la dominazione dell’Asse. Come gli archivi dimostrano e dimostreranno.

Fonte: avvenire.it

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