Ancora fango su Pio XII, il papa che salvò 800mila ebrei

di Arrigo d’Armiento (2 marzo 2015)

Non amo i film cosiddetti storici, perché la necessità di romanzare la verità quasi sempre la tradisce. Non sono stato invitato all’anteprima di “Sfumature di verità” il film della regista Liana Marabini dedicato a Pio XII, in occasione dell’anniversario della nascita (che è anche il mio) e dell’elezione al soglio, e non andrò al cinema a vederlo, per il motivo che ho indicato nelle prime righe di questo articolo. Ma non rinuncio a dire la mia sulla figura di papa Pacelli e sulle critiche infondate, ingenerose, ingrate lanciategli addosso periodicamente dai suoi nemici, i nazisti e i comunisti, e incredibilmente da molti ebrei che dovrebbero erigergli il più alto monumento d’Israele.

Le accuse a Pacelli sono sempre le stesse, basate sul nulla. Cominciò Rolf Hochhuth nel 1963 con il lavoro teatrale “Il vicario” nel quale il drammaturgo tedesco accusò Pacelli di essere stato zitto di fronte all’olocausto. Da allora, da sinistra e da destra tutti a ripetere questa balla, questa vile menzogna.

GettyImages_92934624Menzogna, perché Pacelli fu l’unico capo di stato – per di più un capo di stato “prigioniero” dei tedeschi che circondavano militarmente tutto il territorio vaticano – a protestare contro il trattamento riservato dai nazisti a popolazioni inermi e l’unico a muovere un dito, anzi, molto più di un dito per difendere gli ebrei. Vile perché con quella menzogna credono di coprire le loro responsabilità.

Critici dalla faccia tosta senza diventare rossi accusano Pacelli di aver saputo che cosa succedeva a Auschwitz e dintorni e portano come prove il fatto che ambasciatori inglesi e americani glielo andarono a dire mostrandogli dei documenti. Embeh? Questa è la prova che Roosevelt e Churchill, per tacer di Stalin, sapevano prima di Pacelli che cosa succedeva a Auschwitz e non mossero un dito, e neanche fecero uno straccio di discorso. Ma nessuno perde tempo a accusare Roosevelt, Churchill e Stalin di essere stati zitti. Preferiscono accusare Pacelli che invece, sia pure con molta prudenza, parlò e soprattutto mosse tutte le sue armate, le parrocchie, le chiese, i conventi, i vescovadi per salvare gli ebrei. Ne salvò più di 800mila – pare che il numero giusto sia 882mila, di cui 11mila su 14mila romani – contro nessuno salvato da Roosevelt, Churchill e Stalin.

Il silenzio di Pacelli è una favola per imbecilli creduloni. Pacelli parlò, eccome se parlò! L’enciclica di Pio XI “Mit brennender sorge” (Con bruciante preoccupazione) fu scritta, in tedesco, dal segretario di Stato vaticano, Eugenio Pacelli, non da papa Ratti, che si limitò a approvarla e a farla diffondere in tutte le chiese della Germania il 21 marzo del 1937. Eppure c’è gente che ha la faccia tosta di contrapporre Ratti il buono a Pacelli il cattivo. E cercano i documenti, senza trovarli. Possibile che si possano prendere per storici seri quelli che ignorano che i documenti, i documenti che provano l’intervento del Vaticano per salvare gli ebrei, furono bruciati da Pacelli con l’aiuto di suor Pascalina Lehnert la notte in cui gli Stukas tedeschi bombardarono il Vaticano? O c’è ancora qualcuno che fa finta di non sapere che il Vaticano fu bombardato il 5 novembre del 1943 da un aereo tedesco che centrò con una bomba la biblioteca vaticana, procurando danni non catastrofici ma dal chiaro significato ricattatorio? I tedeschi avevano saputo, da una talpa presente nella curia, che l’indomani Pacelli avrebbe letto un messaggio alla radio per denunciare lo sterminio di ebrei che era in corso nei territori occupati dai tedeschi. I capi tedeschi fecero sapere a Montini che se Pacelli avesse soltanto cominciato a leggere quel messaggio, l’ordine di Hitler era di impedire la lettura, di arrestare il papa e di deportarlo chissà dove. Pacelli dovette rinunciare a interrompere il suo “silenzio”, bruciò nella notte tutti i documenti compromettenti e firmò la famosa lettera con la quale si dimetteva da pontefice, in modo che i tedeschi avrebbero arrestato il cardinale Pacelli, non il papa, e invitava i cardinali a riunirsi in conclave a Lisbona per eleggere il successore.

Ma allora, perché questi critici, tedeschi e ebrei soprattutto, ce l’hanno tanto con Pacelli? Semplice, basta una conoscenza anche sommaria della natura umana per capirlo. Gli ebrei – non tutti, solo quelli che non c’erano all’epoca – perché non sopportano il peso del dovere di riconoscenza verso il capo di una religione diversa. I tedeschi perché cercano di condividere le responsabilità del loro popolo verso l’olocausto con l’unico che al contrario lo contrastò. Colpa nostra, dicono i crucchi, aver ammazzato sei milioni di ebrei? Forse sì, ma è colpa di Pacelli che non ci ha detto che era una cosa brutta, che non dovevamo farlo.

Pacelli aveva due nemici: i nazisti e i comunisti. Li ha sempre combattuti, a viso aperto o nel silenzio quando non poteva parlare. I nazisti sono stati sconfitti e i tedeschi, che fanno finta di non essere parenti dei nazisti, non gli perdonano di averli combattuti, di essere stato il solo capo di stato a difendere le loro vittime. I comunisti il papa li ha sconfitti quasi da solo in Italia nel 1948 e i seminaristi di Togliatti non perdono occasione di cercare di vendicarsi, come fanno da anni con Berlusconi, colpevole dello stesso reato: aver sconfitto per ben tre volte i comunisti in elezioni libere.

Ecco perché non andrò a vedere il film, non voglio sentirmi raccontare storie, non sopporto la storia romanzata, sempre piena di un colpo al cerchio e uno alla botte, per attirare più gente al cinema. Quella trovata poi della stella di Davide cucita sul petto di Pacelli è francamente una trovata da quattro soldi. Pacelli era amico degli ebrei, lo era fin da bambino, quando studiava insieme al suo “amico del cuore” un ebreo suo vicino di casa. Conosceva bene gli ebrei, e chi li conosce bene non può che essere solidale con loro.

Fonte: romadailynews.it

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