Pio XII e la “leggenda nera”. I perché di una persecuzione

La “leggenda nera”: i famigerati giorni del silenzio imputati a Pio XII per una presunta sotterranea sua simpatia nei confronti della Germania nazista.

di Gaetano di Thiène Scatigna Minghetti (10-10-2016)

“Leyenda negra” è il complesso delle dicerie che videro come protagonista il re Filippo II d’Asburgo, sovrano di Spagna (1556-1598) che, durante la propria vita, dovette affrontare innumeri, drammatiche avversità e circostanze, alcune delle quali congiureranno a tracciarne un profilo orripilante e, fino ad oggi, ancora irredimibile.

pius-xii-time“Leggenda nera”, post-mortem, è quella che, analogamente, accompagna, dal suo canto, la persona di Eugenio Pacelli, papa Pio duodecimo (1939-1958), nata ed alimentata, lungo il corso degli anni, dai suoi detrattori, per non essere intervenuto, a loro dire, con pubbliche dichiarazioni a favore degli Ebrei, contro il genocidio di cui erano vittime sacrificali in Germania e nelle terre da essa via via “influenzate” durante la temperie di prevaricazione in Europa del regime nazional-socialista. Ci si chiede ora: perché questa persecuzione sordida, repellente, infangante di chi al lavorìo sotterraneo, continuo, efficace preferiva invece una dimostrazione, un pronunciamento pubblico, eclatante ma, sostanzialmente, teatrale e, per ciò stesso, vuoto, dannoso, nocivo? Le motivazioni sono molteplici ma possono agevolmente ridursi ad una soltanto: l’anticomunismo genetico di Pio XII in seguito reso plastico nel decreto di condanna dell’ideologia comunista, da parte del Sant’Uffizio, del 13 luglio 1949; da una angolazione esclusivamente religiosa e teologica, però!

Sono, essi, in sostanza, i famigerati giorni del silenzio che vengono imputati al Sommo Pontefice anche per una presunta, complice, sotterranea sua simpatia nei confronti della Germania nazista. E’ una motivazione speciosa, da anni ripetutamente proposta, ma dimostratasi fondamentalmente falsa –specie perché non tiene protervamente in conto il Radiomessaggio natalizio del Pontefice, trasmesso il 24 dicembre del 1942, in cui si condannava lo sterminio, in atto, del popolo ebraico- e, per ciò stesso, smaccatamente calunniosa, come a più riprese hanno in maniera articolata dimostrato studiosi seri e molto ben documentati dichiarando come Papa Pacelli, in realtà, con un’azione silenziosa, sì, ma pertinace, sia stato colui che ha salvato migliaia di Ebrei dai campi di sterminio, dalle deportazioni, dalla soluzione finale. Ora, un saggio di Mark Riebling, Le spie del Vaticano. La guerra segreta di Pio XII contro Hitler, Mondadori, Milano 2016, pp. 390, ribalta completamente la stantia vulgata, sino a qui spacciata come vera, e i canoni di approccio ad una spinosa vicenda di rapimenti organizzati dalle autorità naziste e di dimissioni ipotizzate dal Papa che, recentemente, è stata formalizzata in un testo prezioso, dalle connotazioni sostanzialmente dirimenti, e singolare, per le implicanze ad esso correlate dopo aver letto un testo inedito di Antonio Nogara (1918-2014), figlio di Bartolomeo Nogara (1868-1954), direttore della Banca Vaticana e dei Musei Vaticani, pubblicato mercoledì 6 luglio 2016 su L’Osservatore Romano, alla pagina 4, recante come titolo Quella notte d’inverno del 1944, in cui vengono rivelati i particolari più controversi del piano nazista organizzato per il rapimento del Pontefice Pacelli e la sua sostanziale deportazione in Germania con il pretesto –molto banalmente scoperto, in realtà- , di porre il Papa sotto la personale protezione del capo nazista.

“Solo nel pomeriggio seguente – di un giorno d’inverno tra fine gennaio e i primi di febbraio del 1944, come narra A. Nogara – … mio padre ci svelò… (alla consorte e al figlio, n.d.s.) un avanzato piano dell’Alto Comando tedesco per la cattura e deportazione del Santo Padre col pretesto di porlo in sicurezza sotto l’alta protezione del Führer. Nel qual caso, ritenuto imminente, le forze alleate sarebbero immediatamente intervenute per bloccare l’operazione, anche con sbarchi a nord di Roma e lancio di paracadutisti” (Nogara, p.4). Il saggio di Riebling, a propria volta, in una sorta di metànoia, riesce a capovolgere ogni certezza sul progetto della cattura del Sommo Pontefice volta ad impedirgli cosi il libero esercizio del proprio alto magistero, non soltanto nei confronti del mondo cattolico affidato alle sue cure pastorali, ma anche degli ebrei stessi, della cui sorte si preoccupò, in maniera provvidente, curando che venissero aperti conventi ed istituti ecclesiastici per nasconderli e ospitarli finché non fosse terminata la bufera che li aveva travolti. Si dice che il Papa, così facendo, ne abbia salvato almeno dodicimila, senza fare formali dichiarazioni ma seguendo il dettato del Vangelo che postula come la mano destra, nell’operare il bene, non debba sapere ciò che compie la sinistra, nella più assoluta discrezione degli interventi posti in essere per evitare perniciose, pubbliche dichiarazioni che avrebbero ulteriormente aggravato la già molto precaria situazione dell’ebraismo nazionale ed europeo, italiano in particolare, secondo lo stile diplomatico dello stesso Papa Pacelli nel cui curriculum si può leggere come egli sia stato, tra l’altro, Nunzio Apostolico in Baviera e, in seguito, a Berlino sottoscrivendo i relativi Concordati con quei Governi. Divenuto in seguito Segretario di Stato del Pontefice Pio XI Ratti (1922- 1939), concluse i Concordati con l’Austria e il Baden, la Germania, la Jugoslavia. “Pacelli –assicura M. Riebling con fermezza e determinazione- non era un mistico farneticante, ma un attento osservatore, uno che notava con spirito acuto cose che sfuggivano a nature più rozze … Pacelli misurava ogni parola e controllava ogni mossa” (Riebling, p.23).

Perché la nomea assurda di cui è stato vittima il Papa? Perché essa ha prevalso sulle innumerevoli azioni caritative e diplomatiche di un uomo, di un pontefice che ha fatto del proprio intelligente magistero un referente imprescindibile? Referente situazionale non semplicemente per gli uomini del proprio tempo, ma anche per le genti attuali in quanto, ha saputo travalicare barriere e steccati; è stato in grado di rivolgersi all’uomo tutto intero considerandone appieno le diversità: di razza, di religione, di cultura, non guardando alle differenze politiche ed ideologiche, ai suoi particolari scopi e interessi in quanto, da buon Padre di tutti, da Santo Padre, ha privilegiato sia la mente che il cuore di ciascun figlio, ligio, sempre, al Vangelo del Cristo e alla lezione che da esso si protende, caritativamente, in ogni latitudine della terra. È un insegnamento che Pio XII ha curato di esternare nelle più varie occasioni tanto da annientare, già in nuce, una spregevole rappresentazione teatrale di un guitto tedesco che, con Il Vicario, ha teso ad infamare la gigantesca personalità di un pontefice che la pavidità di alcuni esponenti odierni della Chiesa, porta ad ostinarsi nel non voler andare avanti nel processo canonico di beatificazione iniziato a suo nome dalla Congregazione per le Cause dei Santi.

Se il Pontefice Pacelli non ha parlato in quegli anni cruciali per l’esistenza stessa della Chiesa non è stato per pavidità personale ma perché era stato cosi pressantemente consigliato dai cardinali del Reich che, “avevano esortato Pacelli a evitare il confronto diretto, perché, lo avevano avvertito parlare chiaro era servito solo a peggiorare le condizioni della Chiesa nel Reich. Qualunque cosa il nuovo pontefice avesse fatto contro Hitler, avrebbe dovuto farla nell’ombra” (Riebling, p. 70).

La stessa filosofia di vita il Papa volle adottare nella controversa vicenda degli Ebrei: non era un pusillanime, tale da nascondersi per non affrontare la realtà. Meditava, valutava, soppesava le varie soluzioni da porre in atto. Non era un superficiale, borioso o antropologicamente pedante, bensì una persona consapevole appieno del proprio supremo ruolo, che, con altrettali accortezza e circospezione, si era prefisso di agire per l’assoluto bene della Chiesa affidata alle sue mani, non escluso il popolo ebraico, altresì, che tanto strepita, ancora oggi, contro colui che con profonda finezza diplomatica e uno sguardo profetico e onnicomprensivo, lo ha salvato nella sua propria fisionomia umana, culturale e di stirpe, in un’Europa preda del nazismo e succube della volontà dispotica del suo capo.

Adesso è l’ora di una capovolgente resipiscenza da parte degli ebrei e di una loro definitiva presa di coscienza che debba contemplare, in specie, una richiesta di perdono alla memoria di un Pontefice che ha rischiato la propria, personale incolumità e quella della Chiesa Universale per rovesciare Adolf Hitler e salvarli, una volta per sempre, dalle spire di un mostruoso leviatano che in Europa tutto stravolgeva, tutto fagocitava in un delirio di isterica, esaltata onnipotenza.

(fonte: affaritaliani.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...