Pio XII, il papa anti-Hitler

Lo storico tedesco Michael Hesemann distrugge il mito di Pio XII come il “papa di Hitler”, dimostrando invece che ne fu il più grande nemico.

Sul cartellone la croce si muta in croce uncinata. Con questa provocazione voluta, il regista greco-francese Costantin Costa-Gavras nel 2002 cercò di pubblicizzare al Festival del cinema di Berlino una pellicola bocciata dalla critica. L’idea di Amen, infatti, la storia di un giovane prete che cerca di muovere il papa a condannare l’Olocausto, non era certo nuova. Si basava sul controverso dramma teatrale Il vicario di Rolf Hochhuth, rappresentato per la prima volta a Berlino nel 1963.

Da allora Pio XII (1939-1958), del cui presunto silenzio tratta il testo, viene diffamato come codardo e lo si accusa di antisemitismo e simpatie naziste. Hochhuth fa parlare il suo eroe, il padre gesuita Riccardo Fontana (un personaggio fittizio), senza peli sulla lingua: un vicario di Cristo che vede tali cose e tace, un papa simile è un criminale. È questo l’assunto del dramma, da allora ripreso e ribadito innumerevoli volte. Lo ha fatto, per esempio, John Cornwell nel bestseller Il papa di Hitler o Daniel Jonah Goldhagen nel saggio polemico di Una questione morale: la Chiesa cattolica e l’Olocausto, in cui si legge che Pio XII fu il papa perfetto per Hitler perché il suo antisemitismo avrebbe fatto sì che stesse zitto mentre il dittatore metteva in atto la sua pulizia etnica. Perfino uno storico rinomato come Sebastian Haffner crede di sapere che di Pio XII rimarrà solo il silenzio. Ma le cose stanno davvero così?

«Volgare e brutale»

Quando Eugenio Pacelli fu eletto papa, nel 1939, conosceva i nazisti meglio di chiunque altro in Vaticano. Aveva infatti seguito da vicino fin dall’inizio l’ascesa di Hitler, da quando era giunto a Monaco di Baviera come nunzio apostolico, nel 1917. Tre anni dopo divenne nunzio per la Germania, ma solo nel 1925 trasferì la sede apostolica a Berlino. Vi rimase fino al 1929, anno in cui fece ritorno a Roma a seguito della sua nomina a cardinale. Già il 14 novembre 1923, quando il partito di Hitler era attivo solo in Baviera, nel riferire al segretario di Stato vaticano dell’allora ancor giovane Nsdap, l’aveva descritto come un movimento anticattolico che cercava di aizzare sistematicamente la folla contro la Chiesa, il papa e i gesuiti. Sei mesi dopo, il 24 aprile 1924, si lamentò di una campagna volgare e brutale che i seguaci di Hitler conducevano sulla stampa contro cattolici ed ebrei. Nel razzismo fanatico dei nazisti la Chiesa vedeva un pericolo per la fede cristiana e ben presto agì di conseguenza. Il 25 marzo 1928 un decreto del Sant’Uffizio condannò il razzismo, due anni dopo un editoriale de L’Osservatore Romano annunciò che l’appartenenza al partito nazista era inconciliabile con la coscienza cattolica. I vescovi tedeschi reagirono con la scomunica ufficiale di tutti i nazisti. Hermann Goring cercò di convincere il Vaticano del contrario ma il suo tentativo fallì. Goring si recò a Roma per parlare al papa ma fu congedato nell’anticamera della Segreteria di Stato. Il Vaticano cercò invece di stipulare un concordato con la repubblica di Weimar, ma anche in questo caso senza successo.

Ritratto del card. Eugenio Pacelli, Segretario di Stato di papa Pio XI.

La presa di potere dei nazisti pose i vescovi tedeschi di fronte a un conflitto: da un lato infatti Pacelli, che nel frattempo Pio XI aveva nominato segretario di Stato, aveva definito la nomina di Hitler a cancelliere funesta quanto una vittoria della sinistra socialista; dall’altro era tradizione della Chiesa cattolica accettare le autorità temporali, come avevano insegnato Gesù stesso e san Paolo.

In quei giorni Hitler ce la mise tutta per eliminare le preoccupazioni dei suoi oppositori. Nel discorso programmatico del 23 marzo 1933 al Reichstag, egli tese la mano alla Chiesa, dichiarando che i diritti delle Chiese non sarebbero diminuiti e che non sarebbe nemmeno cambiata la loro posizione nei riguardi dello Stato. La disponibilità alla riconciliazione è una delle maggiori virtù cristiane e la Chiesa di Roma, di fronte alla mano tesa ipocritamente dal Fuhrer, non poteva semplicemente ritirare la sua. Inoltre, dopo la presa di potere, la maggioranza dei cattolici era entusiasta delle camicie brune e ignorava le esortazioni e gli avvertimenti dei suoi vescovi. Un rifiuto in toto di fronte all’offerta di riconciliazione del regime avrebbe incontrato l’incomprensione di ampi strati della popolazione.

Dal canto suo Hitler dimostrò di aver imparato da Mussolini. Nel 1929 il Duce aveva stipulato con la Santa Sede i Patti lateranensi e firmato il concordato guadagnandosi la stima del mondo intero. I Patti lateranensi confermarono l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondarono lo Stato della Città del Vaticano. La Santa Sede inoltre ottenne un risarcimento in centinaia di milioni di lire per l’annessione dello Stato pontificio al regno d’Italia del 1870. Il concordato regolò i rapporti tra Stato e Chiesa: garantì a quest’ultima la libertà della cura delle anime, la protezione del matrimonio cristiano e delle associazioni religiose e sancì l’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. La Chiesa da parte sua assicurò che il clero si sarebbe astenuto dall’attività politica. Anche Hitler propose alla Chiesa il suo concordato.

Il concordato

In Vaticano le reazioni non avrebbero potuto essere più contrastanti. Un gruppo di vescovi si oppose a qualsiasi trattativa con i nazisti. La loro dottrina andava indiscutibilmente contro i princìpi della fede cristiana ed era inconciliabile con essa. Un concordato avrebbe solo rafforzato Hitler. Gli altri, e tra loro anche il nuovo nunzio apostolico in Germania, ritenevano che era il momento di fare di necessità virtù e salvare il salvabile. Quest’ultima posizione rifletteva l’opinione del pontefice che aveva dichiarato di essere pronto a stringere un patto col demonio in persona se si trattava della salvezza delle anime.

Al segretario di Stato, cardinale Pacelli, non restò altro che appoggiare il suo papa. Hitler aveva puntato “una rivoltella alla tempia” a lui e alla Chiesa, avrebbe dichiarato poi. Tuttavia, non intendeva capitolare di fronte ai nazisti, ma giocare d’astuzia. Era sicuro che i nazisti avrebbero infranto il concordato perché li considerava dei professionisti nel violare gli accordi. A ogni indizio di rottura del concordato si sarebbe potuto mettere alla gogna la Germania nazista, con una rescissione si sarebbe potuto infliggere al regime un colpo ancora maggiore che rifiutando ogni rapporto per principio.

Il prezzo richiesto da Hitler per assicurare alla Chiesa i propri diritti fu la rinuncia all’attivismo politico cattolico e una drastica riduzione di quello associativo, fino a quel momento caratterizzato da una grande vitalità. Il 5 luglio 1933 fu sciolto il partito cattolico di Centro. Il Movimento dei lavoratori cattolici fu assorbito dalla Deutsche Arbeitsfront, così come era accaduto in precedenza ai sindacati. Restarono in vita solo le organizzazioni e le associazioni cattoliche che avevano fini esclusivamente religiosi, puramente culturali e caritativi, e come tali erano sottoposte alle autorità ecclesiastiche.

I rappresentati del Vaticano e della Germania firmano il concordato del 20 luglio 1933. A nome di papa Pio XI firmò il Segretario di Stato, il card. Eugenio Pacelli.

Quando il papa, costretto dalla necessità, accettò di firmare, Hitler esultò. La stipula del concordato, il 20 luglio 1933, rafforzò il prestigio del suo regime all’estero. All’interno, la sua utilità politica fu ancora maggiore. Il più forte oppositore del regime era ora “sotto controllo” ed era stato messo a tacere almeno in ambito politico. Il Fuhrer aveva mano libera per procedere nel suo programma. Il concordato avrebbe paralizzato ogni tentativo di resistenza cattolica.

Solo due settimane dopo la firma, il cardinale Pacelli ricevette l’incaricato d’affari britannico presso la Santa Sede, Ivone Kirkpatrick, per una conversazione confidenziale. Doveva comunicargli come mai aveva firmato un accordo con gente del genere. Come questi riferì poi al suo ministro degli Esteri, l’uomo che sarebbe stato poi diffamato come “il papa di Hitler” non fece un segreto della sua ripugnanza per il nazismo e gli atti del governo di Hitler. Condannò soprattutto la persecuzione contro gli ebrei, il modo di agire contro gli avversari politici, il regno del terrore a cui era sottomessa l’intera nazione tedesca. «Non aveva avuto scelta», continua l’ambasciatore. «Il governo tedesco gli aveva offerto delle concessioni… più ampie di quelle che avrebbe accettato qualsiasi governo tedesco anteriore; egli doveva scegliere tra un accordo sulle grandi linee e l’eliminazione virtuale della Chiesa cattolica dal Reich». Aveva voluto salvare il salvabile. Hitler, come un boss della malavita dai modi untuosi, aveva messo “il ministro degli Esteri del papa” di fronte a un’offerta che non poteva rifiutare senza rinunciare ai cattolici tedeschi.

Se è vero che Hitler aveva fallito nel suo tentativo di uniformare le Chiese, in un primo tempo riuscì tuttavia ad arginare la loro resistenza. La situazione non cambiò nemmeno quando la persecuzione degli ebrei nel Reich assunse toni drammatici. Pacelli si fece allora più chiaro. In un promemoria inviato il 14 marzo 1934 al governo del Reich, il cardinale segretario di Stato scrisse che l’assolutizzazione della dottrina della razza era una strada sbagliata i cui disgraziati frutti non si sarebbero fatti attendere. Il 28 aprile 1935, durante una predica di fronte a diecimila pellegrini convenuti a Lourdes, attaccò per la prima volta in pubblico i nazisti dicendo che erano guidati da cattivi maestri e si abbeveravano a fonti avvelenate: «Poco importa ch’essi facciano mucchio intorno alla bandiera della rivoluzione sociale, che si ispirino a una falsa concezione del mondo e della vita, che siano ossessionati dalla superstizione della carne e del sangue: la loro filosofia si poggia su principi essenzialmente opposti a quelli della fede cristiana». Quindi incitò a opporsi pubblicamente affermando che la Chiesa dei martiri e dei vescovi intrepidi ed eroici non era storia passata ma «una realtà vivente» pronta e in grado di opporsi al drago infernale, alla rabbia del demonio e al potere delle tenebre.

Quando, il 15 settembre 1935, il governo del Reich promulgò la legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco, le leggi di Norimberga sulla razza, in Vaticano si lavorava già a una risposta. Il 21 marzo 1934 Pio XI aveva incaricato il Sant’Uffizio di verificare la possibilità di una pubblica condanna del nazionalsocialismo. A questo fine si dovevano definire e mettere in contrapposizione alla dottrina cattolica le tesi fondamentali di Hitler, quei principi errati che costituivano la base del nazionalsocialismo, del razzismo e dello Stato totalitario. Come materia prima furono presi il Mein Kampfe alcuni discorsi programmatici del Fuhrer. Il 1° maggio 1935, dopo più di un anno di lavoro, i collaboratori del Sant’Uffizio presentarono al papa il loro elenco di tesi su nazionalismo, razzismo e totalitarismo, che comprendeva ben 47 punti: definivano il nazionalsocialismo una vera e propria religione che elevava lo Stato al rango di Dio e condannavano questo culto dello Stato come una forma di neopaganesimo. Anche al razzismo dei nazisti era attribuito un carattere pseudoreligioso. Questa religione della razza era inconciliabile con la dottrina del cristianesimo. La Bibbia non insegnava forse che gli esseri umani discendevano dagli stessi genitori? San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi non aveva scritto forse: «Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, giudei o greci…» (1Cor 12,13)? Secondo i teologi, la dottrina nazista della razza costituiva una minaccia non solo per gli ebrei ma anche per i tedeschi. Non venerava infatti lo Spirito, ma la carne, la bestialità, la ferocia, la sfrenatezza, la barbarie dell’“eroico”. Ai loro occhi appariva diabolico soprattutto il programma hitleriano di “pulizia” della razza, che promuoveva non solo lo scioglimento dei matrimoni misti e quindi l’annullamento di un sacramento intangibile per i cristiani, ma sosteneva anche la sterilizzazione, l’aborto e l’eutanasia. Come avevano dichiarato più volte i papi, tutto ciò contraddiceva la legge naturale e quella divina. Per la dottrina cristiana la vita umana, la vita di ogni uomo, è sacra e deve essere difesa a tutti i costi.

Quando i vescovi tedeschi riferirono al pontefice delle crescenti vessazioni a opera del regime, Pio XI, anche su consiglio del cardinale Pacelli, si decise a un passo importante. Redasse un’enciclica in cui condannava il nazionalsocialismo. Nel farlo cercò di usare la maggior diplomazia possibile: non poteva in alcun modo rischiare che Hitler rescindesse il concordato che costituiva l’unico fondamento giuridico per trattare con le camicie brune, l’ancora di salvezza dei cattolici tedeschi. Era necessario evitare ogni polemica. Nonostante ciò, oggi quel documento è considerato la presa di posizione più netta contro un potere politico nella storia della Santa Sede.

Mit brennender Sorge

I vescovi ne prepararono in gran segreto la lettura e la diffusione. Il testo era stato letteralmente contrabbandato in Germania col favore delle tenebre e stampato in dodici diverse tipografie. Da lì il documento fu portato nelle diverse parrocchie in modo spesso avventuroso da ragazzini in bicicletta. Molti di loro passarono per boschi e campi per evitare le strade pubbliche. La posta era troppo poco sicura perché l’intera azione sarebbe fallita se anche un solo esemplare dell’enciclica fosse caduto in mano nazista. In alcune chiese i messaggeri consegnarono il documento al parroco nel confessionale e questi lo conservarono nel tabernacolo accanto al Santissimo fino al momento della lettura. Il piano funzionò.

Uno delle prime copie della “Mit brenneder Sorge”.

Il 21 marzo 1937, domenica delle Palme, l’enciclica papale che cominciava con le parole Mit brennender Sorge (Con viva ansia) fu letta da quasi tutti i pulpiti della Germania: «Con viva ansia e con stupore sempre crescente veniamo osservando da lungo tempo la via dolorosa della Chiesa e il progressivo acuirsi dell’oppressione dei fedeli ad essa rimasti devoti nello spirito e nell’opera; e tutto ciò in quella terra e in mezzo a quel popolo, a cui san Bonifacio portò un giorno il luminoso e lieto messaggio di Cristo e del regno di Dio», diceva il pontefice. Poi spiegava i motivi di tanta ansia. Sebbene a richiesta del governo del Reich la Chiesa avesse accettato le trattative di un concordato, mossa «dalla doverosa sollecitudine di tutelare la libertà della missione salvifica della Chiesa in Germania» e «nonostante molte e gravi preoccupazioni» l’avesse sottoscritto, «altri» avevano sparso la zizzania «di un’avversione profonda, occulta e palese, contro Cristo e la sua Chiesa». Dopo aver protestato contro la violenza dei governanti tedeschi che non avevano tenuto fede all’accordo, il papa sottolineava ancora l’inconciliabilità dell’ideologia nazista e della dottrina della Chiesa.

Quando il dittatore seppe della lettura dell’enciclica andò su tutte le furie e ordinò di sequestrare immediatamente tutti gli esemplari del documento in circolazione al di fuori dei locali ecclesiastici. Tutte e dodici le tipografie che avevano stampato il documento furono espropriate senza indennizzo alcuno e i responsabili arrestati dalla Gestapo. Nel suo discorso per il 1° maggio 1937 Hitler stesso fece riferimento al testo papale minacciando senza mezzi termini la Chiesa: «Noi non possiamo sopportare che quest’autorità, che è l’autorità del popolo, venga attaccata da chicchessia. Questo vale per tutte le Chiese… Ma quando esse tentano per mezzo di misure di qualsiasi tipo, scritti, encicliche eccetera di attribuirsi dei diritti che competono esclusivamente allo Stato, noi le reprimeremo entro i confini dell’attività spirituale di cura d’anime che loro spetta».

Rassegnazione

L’enciclica, per quanto giusta e coraggiosa, non solo si era dimostrata totalmente priva di effetto, ma aveva anche peggiorato la condizione dei cattolici all’interno del Reich. In Vaticano non ci si facevano ormai più illusioni che Hitler odiasse la Chiesa e in fondo la volesse distruggere. Il segretario di Stato cardinale Pacelli dichiarò che da tempo si conoscevano i sentimenti di ostilità dell’attuale cancelliere del Reich nei confronti della Chiesa. Era il 28 aprile 1937. Più di così la bestia non si poteva aizzare. Ogni ulteriore condanna avrebbe potuto avere come unica conseguenza una progressiva intensificazione della violenza e delle misure repressive. Nell’immediato il papa pensò di rompere le relazioni diplomatiche con la Germania nazista, ma poi rinunciò anche a questo piano, sapendo che ciò avrebbe significato abbandonare a se stessi i cattolici tedeschi.

I più scontenti dell’elezione di Pio XII furono i nazisti, perché sapevano che il loro peggior nemico era diventato papa.

Questo misto di impotenza, rassegnazione e buone intenzioni si protrasse anche quando, alla morte di Pio XI, il cardinale Pacelli fu eletto papa. Pio XII, come si chiamò da quel momento, riceveva un’eredità pesante. Ma disponeva anche dell’esperienza sufficiente per trattare con la bestia bruna, per portare avanti – come credeva – una politica intelligente e del giusto mezzo.

In Germania la sua elezione non fu accolta di buon occhio. Per protesta, il Reich non inviò una personalità politica alla sua incoronazione, ma si fece rappresentare da un ambasciatore. Si sapeva fin troppo bene che l’ex segretario di Stato non era un partner ideale ed era inoltre un avversario dichiarato dei nazisti. «Un papa politico e anche un papa combattente furbo e abile. Stare attenti», annotò il ministro della Propaganda, Goebbels, nel suo diario. Se gli avessero detto che quell’uomo un giorno sarebbe stato definito “il papa di Hitler” il potente ministro del Fuhrer avrebbe scosso il capo incredulo.

In realtà papa Pacelli si attivò contro il nazismo immediatamente dopo la sua elezione. Nella sua prima enciclica, Summi pontificatus del 20 ottobre 1939, mise in guardia dalle teorie che rinnegano l’unità del genere umano e dalla divinizzazione dello Stato, quindi dal razzismo e dal totalitarismo che secondo lui avrebbero potuto portare a una vera «ora delle tenebre». Infine ricordava l’idea di san Paolo di un mondo in cui non ci fossero né pagani né ebrei. Era un errore lasciare che la legge della solidarietà e dell’amore tra gli uomini cadesse nel dimenticatoio. Le sue parole erano talmente chiare che gli aeroplani alleati gettarono migliaia di copie dell’enciclica sull’intero territorio tedesco per scuotere il popolo di Hitler. In Germania la diffusione del documento fu immediatamente vietata e s’incaricò la Gioventù hitleriana di raccogliere e distruggere tutte le copie. Il New York Times invece intitolò Il papa condanna i dittatori, i violatori di trattati, il razzismo.

La Chiesa tacque?

Quando le prime voci sui lager nell’Est raggiunsero il Reich, la Conferenza episcopale tedesca reagì facendo leggere dai pulpiti una lettera pastorale redatta in nome di tutti i vescovi della Germania. Nella lettera si affermava che il diritto degli esseri umani alla propria incolumità e alla propria vita era fondato sul diritto di Dio nei confronti degli uomini, che uccidere era un male anche quando si presumeva di agire per il bene comune, uccidendo persone deboli di mente, innocenti e indifese, uomini di razza e origine diverse. Ma i vescovi non erano in grado di impedire l’Olocausto. Si diedero da fare invece per salvare il maggior numero possibile di vite umane. Subito dopo la “notte dei cristalli”, nel novembre del 1938, l’allora segretario di Stato vaticano cardinale Pacelli aveva fatto appello a tutti i vescovi del mondo e li aveva pregati di aiutare gli ebrei tedeschi battezzati. Le leggi razziali naziste non facevano differenza riguardo alla religione delle loro vittime. Il 31 marzo 1939 l’arcivescovo di Monaco, il cardinale Michael von Faulhaber, con l’approvazione papale, fece in modo che il presidente brasiliano mettesse a disposizione tremila visti per “cattolici non ariani”. L’associazione cattolica St. Raphael di Amburgo, fino al momento del suo scioglimento nel giugno 1941, organizzò l’espatrio di migliaia di ebrei battezzati. Nell’estate del 1942 il papa protestò presso il governo francese di Vichy per «gl’inumani arresti e le deportazioni di ebrei dalla zona d’occupazione francese in Slesia e in certe parti della Russia». Goebbels reagì facendo distribuire milioni di volantini in cui si definiva Pio XII un papa che favoriva gli ebrei e si faceva riferimento al suo intervento in Francia. Ancora nel 1943 si leggeva in una denuncia della Gestapo che in Germania la Chiesa cattolica sosteneva sistematicamente gli ebrei in aperto rifiuto della politica tedesca nei loro confronti, li aiutava nella fuga e non rifuggiva da mezzo alcuno per alleviare loro non solo la vita materiale, ma anche per rendere possibile la loro permanenza clandestina nel territorio del Reich. Le persone incaricate di svolgere questo compito godevano dell’appoggio dell’episcopato.

Pio XII tuttavia ha effettivamente perso l’occasione di bollare l’Olocausto, di cui comunque era a conoscenza per sentito dire, con un gesto teatrale che avrebbe trovato ampia risonanza. Ma se l’avesse fatto, i nazisti avrebbero potuto accusarlo di fare “propaganda dell’orrore”: a parte i resoconti dei testimoni egli non aveva infatti alcuna prova che l’incredibile stesse accadendo davvero. In questo senso si trovava in una posizione ancora peggiore di quella degli Alleati. Come verrà reso noto per la prima volta nel gennaio 2004, alcuni aerei da combattimento britannici avevano fotografato il campo di sterminio di Auschwitz già il 23 agosto 1944, mentre fumavano i camini dei crematori. Le immagini avevano confermato i racconti dei prigionieri che erano riusciti a evadere e noti alle potenze occidentali già dall’anno prima. Se gli Alleati avessero anche solo bombardato i binari che conducevano ad Auschwitz, avrebbero salvato la vita a centinaia di migliaia di esseri umani. Invece, l’assassinio nelle camere a gas andò avanti ancora per cinque lunghi mesi perché gli Alleati avevano altre priorità. Non fu solo il Papa a tacere bensì il mondo intero.

È certo che Pio XII non conoscesse queste immagini, rimaste segrete per sessant’anni. Ma anche se le avesse conosciute è improbabile che ne avrebbe informato i credenti. Dopo le reazioni all’enciclica del suo predecessore, infatti, sapeva che ogni aperta provocazione ai nazisti avrebbe potuto avere solo conseguenze negative per le loro vittime.

Protesta rischiosa

Nel luglio 1942, sei mesi dopo che alla conferenza di Wannsee i gerarchi del Reich avevano deciso “la soluzione finale della questione ebraica”, le SS prepararono la deportazione degli ebrei dell’Olanda occupata. Con i capi delle Chiese calvinista, protestante e cattolica, ci si era accordati affinché tutto passasse sotto silenzio. In cambio si era fatto loro sperare che gli ebrei battezzati sarebbero stati risparmiati. I protestanti tennero fede all’accordo. Solo l’arcivescovo cattolico di Utrecht si sentì rimordere la coscienza, a tal punto che scrisse in tutta fretta una lettera pastorale contro le deportazioni e la fece leggere dal pulpito di tutte le Chiese della sua diocesi la domenica seguente. Il risultato di quell’atto di coraggio fu devastante: i nazisti arrestarono immediatamente anche i non ariani cattolici. Di questi faceva parte la filosofa Edith Stein, che si era convertita al cattolicesimo e nel 1933 era entrata nell’ordine delle carmelitane.

Quando il papa apprese quanto era accaduto in Olanda, stava redigendo un documento che avrebbe dovuto bollare le deportazioni degli ebrei. Se crediamo alla sua governante, suor Pascalina, il pontefice fu talmente scosso dalla notizia che stracciò il documento e lo gettò tra le fiamme del camino. Il peso di sentirsi responsabile della morte di migliaia di innocenti, lo stesso che doveva provare l’arcivescovo di Utrecht, lui non se la sentiva di portarlo. Decise così che era meglio tacere in pubblico e fare tutto l’immaginabile di nascosto.

Nel radiomessaggio del Natale del 1942, papa Pio XII condannò, seppur con diplomazia, la “soluzione finale ebraica” voluta dai nazisti.

«Là dove il papa vorrebbe gridare forte, è purtroppo un silenzio di attesa che talora gli viene imposto; là dove vorrebbe agire gli è imposta un’attesa paziente», aveva detto il 20 febbraio 1941 all’arcivescovo di Wurzburg, Ehrenfried. Il 30 aprile 1943 spiegò i motivi che muovevano la sua decisione all’arcivescovo di Berlino, Preysing, affermando che le notizie terribili di atti inumani che giungevano al suo orecchio da tempo avevano un effetto paralizzante e raccapricciante. «Per quel che concerne i pronunciamenti da parte dei vescovi», scriveva, «lasciamo alla gerarchia locale decidere se, e a quale livello, il pericolo di rappresaglie e ulteriore oppressione, così come, forse altre circostanze causate dal protrarsi della guerra e dal clima psicologico, possano rendere consigliabili limitazioni – malgrado le ragioni per un intervento – per evitare mali peggiori. Questa è una delle ragioni per cui Noi ci limitiamo nei nostri interventi». Anche di fronte al collegio cardinalizio, il 2 giugno 1943, ripeté il suo punto di vista: «Ogni parola da Noi rivolta a questo scopo alle competenti autorità, e ogni nostro pubblico accenno, dovevano essere da noi seriamente ponderati e misurati nell’interesse dei sofferenti stessi, per non rendere, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la loro situazione». Ciò che intendeva l’aveva reso esplicito nel suo messaggio natalizio del 25 dicembre 1942, quando aveva lanciato un appassionato appello per la pace bollando l’Olocausto: «Questo voto [procurare la pace] l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento».

Che i nazisti sapessero benissimo cosa intendeva lo dimostra il rapporto del Servizio di sicurezza che porta la stessa data: «Il suo discorso è un unico lungo attacco a tutto ciò che rappresentiamo […]. Egli sta chiaramente parlando per conto degli ebrei […]. Sta virtualmente accusando il popolo tedesco d’ingiustizia verso gli ebrei e si fa portavoce dei criminali di guerra ebraici». Più in là non si sarebbe potuto spingere. Al processo di Norimberga il console tedesco a Roma, Albrecht von Kessel, affermò che se il papa non aveva protestato era stato perché si era detto, a ragione: se protesto Hitler va su tutte le furie. In questo modo non solo non sarei d’aiuto agli ebrei ma favorirei il loro assassinio. Nonostante ciò, il ministro degli Esteri di Hitler, Joachim von Ribbentrop, sempre a Norimberga, dichiarò che con le proteste di Pio XII si sarebbero potuti riempire interi archivi, talmente erano numerose.

Uno dei più stretti collaboratori di Pio XII negli anni della guerra, l’arcivescovo Giovanni Battista Montini – poi Paolo VI – quando apparve sulle scene il dramma di Hochhuth commentò: «Se Pio XII avesse fatto un gesto clamoroso contro Hitler, Hochhuth avrebbe potuto scrivere un altro dramma sostenendo come un grande gesto teatrale aveva esposto tante vite a morte sicura».

Azioni in segreto

Invece di aizzare ulteriormente la bestia, il papa si concentrò sulle azioni segrete. Già nel novembre del 1939 fu coinvolto in una cospirazione con il fine di far cadere Hitler. Dietro il piano c’era un gruppo di funzionari e di soldati dell’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco, raccolti intorno a Ludwig Beck, ex capo di Stato maggiore della Wehrmacht, che dopo il colpo di Stato avrebbe dovuto assumere la guida del governo di transizione. L’obiettivo dei congiurati era riportare la Germania allo Stato di diritto della Repubblica di Weimar. Dal momento che il Paese era già in guerra cercarono il sostegno degli inglesi. Un uomo della loro cerchia, Hans Oster, attraverso un avvocato cattolico avvicinò il pontefice pregandolo di fare da mediatore. Sebbene l’impresa fosse molto rischiosa – il fallimento del piano avrebbe significato la rottura del concordato e perfino giustificato violente misure repressive contro la Chiesa e la Santa Sede – Pio XII si dichiarò d’accordo. Il 12 gennaio 1940 ricevette in udienza privata il diplomatico inglese Francis d’Arcy Osbome per metterlo al corrente dei piani dei congiurati. Quattro settimane dopo ebbe luogo un secondo incontro. Di lì a due mesi venne a sapere che il piano non si era potuto attuare perché gli inglesi non si fidavano dei congiurati.

La più grande operazione segreta del Vaticano in tutta la storia della Chiesa ebbe l’obiettivo di salvare il maggior numero possibile di ebrei dalla persecuzione. Come il professor Hermann M. Gòrgen confermò allo scrittore Konrad Lòw, Pio XII aveva dato indicazioni precise alle sue nunziature di aiutare in tutti i modi le vittime della persecuzione e «soprattutto i perseguitati per motivi razziali». Lo stesso testimone era riuscito a procurare il visto d’espatrio per il Brasile a quarantacinque ebrei fuggiti in Svizzera. Se non avesse avuto fortuna le autorità elvetiche li avrebbero espulsi e rispediti in Germania dove li attendeva una morte certa. Non fu un caso unico. Come conferma lo storico ebreo Léon Poliakov, anche nella Francia occupata preti, membri degli ordini religiosi e laici cattolici facevano a gara per dare asilo ai perseguitati e «salvarono la vita di centinaia di migliaia di ebrei». Nell’Ungheria occupata gli ebrei, battezzati e non, trovarono ospitalità nei trentadue conventi di Budapest, dove i monaci e le suore rischiarono la vita per aiutarli. A riferirlo è lo storico ungherese Jenó Levai nella sua opera del 1966, Gli ebrei ungheresi e il papato: papa Pio XII non tacque. Resoconti, documenti e note dagli archivi delle Chiese e dello Stato. In Grecia l’allora nunzio apostolico Angelo Giuseppe Roncalli, che poi sarebbe diventato papa Giovanni XXIII, rilasciò su incarico di Pio XII alcune migliaia di certificati di battesimo in bianco ai rabbini per salvare i perseguitati. Nel complesso, riferisce il rinomato storico ebreo Emile Pinchas Lapide, «Pio XII, la Santa Sede, le nunziature vaticane e l’intera Chiesa cattolica hanno salvato dalla morte certa tra i 700.000 e gli 850.000 ebrei». Dopo la morte di Pio XII l’allora ministro degli Esteri di Israele e futuro capo del governo Golda Meir ebbe a dire, ricordandolo, che centinaia di migliaia di ebrei dovevano la vita all’intervento diretto o indiretto del pontefice e che questo era scritto a caratteri d’oro nei libri di storia d’Israele: «Quando un tremendo martirio si abbatté sul nostro popolo, la voce del papa si levò in nome delle vittime. La nostra vita fu illuminata dal suono di quella voce, rivelatrice di grandi verità morali, facendole germogliare dai tumulti bellici quotidiani. Piangiamo la scomparsa di un grande servo della pace».

Il ricatto

Nel settembre del 1943 a Roma si giunse al drammatico acutizzarsi della situazione, in quella che per la capitale era la fase più difficile della seconda guerra mondiale. Dopo lo sbarco alleato in Sicilia, nel luglio del 1943, Mussolini cadde. Nel Sud del paese si costituì un governo di transizione, il Nord fu occupato dai tedeschi. Con un’azione spettacolare questi riuscirono a liberare Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, e a riportarlo al potere in quella che poi sarebbe stata chiamata la repubblica di Salò. L’11 settembre le truppe tedesche occuparono Roma dove proclamarono immediatamente lo stato di guerra. Scioperanti e sabotatori venivano fucilati. Il papa era diventato un ostaggio di Hitler.

Due giorni prima il comandante supremo delle SS in Italia, Karl Wolff, era stato convocato da Hitler nella Tana del Lupo, il quartier generale segreto del Fuhrer, che gli aveva assegnato personalmente un incarico molto speciale: avrebbe dovuto occupare il Vaticano, mettere al sicuro i suoi tesori artistici e gli archivi e rapire il papa. Pio XII, secondo Hitler, non avrebbe dovuto assolutamente cadere in mano alleata e avrebbe dovuto essere condotto «in Germania o in un altro luogo neutrale, come il Liechtenstein». Solo le obiezioni di Wolff, secondo il quale il popolo italiano avrebbe difeso a qualunque prezzo il suo papa, fecero desistere il dittatore dal suo intento.

Con l’occupazione tedesca cominciarono anche le sofferenze degli ebrei italiani che Mussolini aveva lasciato relativamente in pace. All’inizio la comunità di Roma fu risparmiata per non provocare ancora di più il pontefice. Ma, nelle prime ore dell’alba del 16 ottobre 1943, le SS passarono all’azione anche nella Città Eterna. Era un piovoso giorno d’autunno, il sole non si era ancora levato, quando, alle 5 e 30, 365 uomini delle SS fecero irruzione nel ghetto vecchio di duemila e cinquecento anni sulla riva del Tevere. Avevano l’ordine di radunare circa un migliaio di ebrei, condurli alla stazione Tiburtina e lì caricarli sui carri bestiame pronti ad attenderli per trasportarli ad Auschwitz.

Quando Pio XII venne a conoscenza di quanto si stava preparando dalla principessa romana Enza Pignatelli-Aragona, afferrò immediatamente il telefono e ordinò al suo segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, di farlo chiamare all’istante dall’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsàcker. L’assicurazione del diplomatico e padre del futuro presidente della Repubblica Federale di occuparsi della faccenda personalmente non gli bastò. È vero che non riuscì a fermare la deportazione dei 1007 (secondo alcune fonti 1035) ebrei rastrellati il 16 ottobre ma diede asilo agli altri 4447 della comunità romana. Aprì le porte di 155 conventi, istituti religiosi, seminari, parrocchie, ospizi e del Vaticano per offrire loro rifugio e sostentamento nei successivi nove mesi di occupazione tedesca. In nessun altro luogo dell’Europa occupata dai nazisti tuttavia furono ospitati più ebrei che in Castel Gandolfo. Furono quasi tremila gli ebrei che trovarono rifugio nella residenza estiva del pontefice. Si serviva loro cibo kosher e i bimbi ebrei venivano alla luce nelle stanze papali. I rifugiati diventarono anche il pegno per il silenzio del pontefice. In una serie di rapporti gli occupanti fanno riferimento al fatto che l’aiuto della Chiesa verso gli ebrei, che ai tedeschi non era sfuggito, veniva sopportato solo per essere sicuri del silenzio del papa. Se il papa avesse infatti gridato la sua protesta al mondo, sarebbero stati deportati nei campi di sterminio sotto i suoi occhi.

Israel Zolli, il rabbino capo di Roma che si convertì al cattolicesimo e come nome di battesimo scelse Eugenio in riconoscenza a Pio XII per il suo aiuto agli ebrei europei.

Più tardi Israel Zolli, rabbino capo della comunità ebraica romana, confermò: «Il Santo Padre mandò una lettera che doveva essere consegnata personalmente ai vescovi e con la quale disponeva di sospendere la clausura in vigore all’interno delle case religiose per metterle in condizioni di diventare un rifugio per gli ebrei. Conosco un convento dove le suore dormivano in cantina per lasciare ai rifugiati ebrei i loro letti». Zolli stesso ricevette l’aiuto del Vaticano. L’esempio dell’amore cristiano per il prossimo lo impressionò tanto profondamente che dopo la guerra si convertì al cattolicesimo e, per gratitudine verso papa Pacelli, prese il nome di battesimo di Eugenio.

Lo storico ebreo Michele Tagliacozzo, anch’egli sopravvissuto alla razzia del ghetto romano, confermò che Pio XII «fu l’unico a intervenire per impedire la deportazione degli ebrei il 16 ottobre 1943 e si prodigò per nascondere e salvare migliaia di noi». Nell’estate del 1944, quando un gruppo di ebrei romani si recò in Vaticano per ringraziare il papa della sua protezione, questi rispose loro: «Per secoli gli ebrei sono stati ingiustamente trattati e disprezzati. È tempo che vengano trattati con giustizia e umanità. Dio lo vuole e la Chiesa lo vuole. San Paolo ci dice che gli ebrei sono nostri fratelli. Essi dovrebbero essere accolti come amici».

È significativo che proprio uno storico ebreo sia la persona che più si batte, oggi, per la riabilitazione di Pio XII. Si tratta del rabbino David G. Dalin, che insegna Storia e Scienze politiche all’Ave Maria University di Naples in Florida. In un saggio apparso nel febbraio del 2001 sulla rivista americana The Weekly Standard, chiede che a papa Pacelli venga conferito il titolo di Giusto tra le Nazioni, l’onorificenza che lo Yad Vashem, il museo israeliano dedicato alla memoria della Shoah, riserva ai non ebrei che si sono impegnati ad aiutare gli ebrei durante l’Olocausto. Nel 1985 il titolo fu conferito al cardinale Pietro Palazzini, che dal 1943 al 1944 era assistente vice rettore del Seminario romano, dove furono nascosti per mesi numerosi ebrei. Nell’accettare l’onorificenza Palazzini sottolineò che «il merito è interamente di Pio XII, che ci ordinò di fare tutto ciò che potevamo fare per salvare gli ebrei dalla persecuzione». Nel suo libro apparso in Italia nel 2007, La leggenda nera del papa di Hitler, che si configura come una risposta a quello di Cornwell, Dalin esamina attentamente le opere degli storici recenti che fanno di Pio XII un papa compiacente nei confronti del nazismo, sostenendo che in alcuni casi si tratta di compilazioni raffazzonate. Il combattivo rabbino afferma che quella per la reputazione di Pio XII è una delle più importanti battaglie della storia culturale, in cui l’élite di sinistra avrebbe sfruttato la tragedia del popolo ebraico per attaccare il papato e la dottrina cattolica tradizionale, esortando a opporsi a una simile strumentalizzazione. E la fondatezza delle sue affermazioni sui retroscena di tale campagna diffamatoria ha ricevuto conferma proprio nello stesso anno dell’uscita del suo libro in Italia, a due anni di distanza da quella dell’edizione originale del 2005.

Disinformazione del KGB?

Il 25 gennaio 2007 la National Review di New York pubblicò un resoconto del generale, Ion Mihai Pacepa, l’agente segreto di grado più elevato mai scappato dai Paesi del blocco sovietico. Oggi è un cittadino americano. Fino al luglio 1978 era generale dei servizi segreti rumeni, la Securitate, consigliere personale del presidente Ceausescu, vice capo del servizio d’informazioni estero e segretario di Stato del Ministero dell’Interno romeno. Si stabilì negli Stati Uniti dopo che il presidente Jimmy Carter ebbe accolto la sua richiesta di asilo politico. Lavorò per due decenni con la CIA in diverse operazioni. I servizi segreti americani resero omaggio alla sua collaborazione definendola «un contributo unico e straordinario per gli Stati Uniti». Solo ora tuttavia Pacepa rivelava che all’inizio degli anni Sessanta aveva partecipato a una campagna contro papa Pio XII, inscenata dal KGB su incarico dell’allora segretario generale del Partito comunista sovietico, Nikita Krusciov.

Il piano segretissimo era stato approntato da Aleksandr Schlepin e Alekseij Kirichenko, rispettivamente capo del KGB e membro del Politburo. Scopo della campagna era distruggere l’autorità morale del Vaticano nell’Europa occidentale facendolo apparire quale bastione del nazismo. Pacepa dice: «Poiché Pio XII era stato nunzio a Monaco e a Berlino all’inizio dell’ascesa nazista, il KGB voleva dipingerlo come un antisemita che aveva permesso l’Olocausto di Hitler. La difficoltà era che l’operazione non doveva presentare la minima traccia del coinvolgimento sovietico. Tutto il lavoro sporco doveva essere fatto da mani occidentali, utilizzando prove provenienti dallo stesso Vaticano».

I rumeni furono coinvolti perché il KGB non aveva alcun accesso all’archivio vaticano. Il servizio segreto d’informazioni estero rumeno, la DIE, di cui un tempo Pacepa era a capo, aveva appena effettuato lo scambio di due suoi agenti detenuti in Germania occidentale con il vescovo cattolico Augustin Pacha, in carcere in Romania con l’accusa di spionaggio. Grazie a questa operazione Pacha disponeva di alcuni contatti che gli aprirono le porte a Roma.

Ion Mihai Pacepa nel 1975, l’ex agente segreto rumeno che ha svelato il complotto del KGB per screditare Pio XII e la Chiesa cattolica.

La campagna di disinformazione contro Pio XII prese il nome di “Seat 12”. Pacepa doveva spiegare in Vaticano che la Romania era pronta a riallacciare i rapporti con la Santa Sede in cambio di un prestito di un miliardo di dollari senza interessi: una somma tanto elevata doveva rendere credibili gli sforzi. Per giustificare all’interno una simile inversione di politica bisognava trovare un appiglio storico. A questo scopo si doveva accordare l’accesso all’archivio vaticano a tre “sacerdoti rumeni” che in realtà erano agenti della DIE. Il primo incontro di Pacepa con un alto funzionario della Segreteria di Stato vaticana, Agostino Casaroli, che in seguito sarebbe stato nominato cardinale e avrebbe rivestito la carica di segretario di Stato di Paolo VI, avvenne in un albergo di Ginevra. In generale, Casaroli era disposto ad andare incontro alla richiesta rumena di un prestito ma la legò a una serie di richieste su cui le trattative andarono avanti per un ventennio. L’accesso all’archivio vaticano, invece, fu concesso immediatamente. Così, i tre agenti della DIE tra il 1960 e il 1962 consultarono centinaia di documenti che avevano a che fare con Pio XII. Li fotografarono in segreto e inviarono le pellicole per posta a Mosca. Di compromettente, secondo Pacepa non c’era nulla.

All’inizio del 1963 il generale Ivan Agajanz, il leggendario capo del reparto Dezinformatsiya del KGB, ringraziò i rumeni per l’aiuto dato. L’operazione “Seat 12” aveva avuto successo. Il materiale raccolto sarebbe servito per creare una pièce teatrale dal titolo Il Vicario. Erwin Piscator, un comunista fedele a Mosca, sarebbe tornato a Berlino Ovest apposta per metterla in scena. Nel dramma teatrale Pio XII sarebbe stato presentato come un freddo e spietato uomo di potere a cui, più delle vittime di Hitler, importava difendere i tesori del Vaticano. Autore del lavoro sarebbe stato un giovane tedesco allora sconosciuto, Rolf Hochhuth, ex membro della Gioventù hitleriana, che mai aveva abiurato. Fino a quel momento si era guadagnato da vivere come libraio e poi come lettore nella casa editrice Bertelsmann. Nel 1959 era andato a Roma dove era rimasto tre mesi. Là, avrebbe sostenuto in seguito, parlò con molti testimoni dell’epoca dei fatti e aveva usato poi le loro informazioni per la sua opera. L’avrebbe aiutato anche un vescovo, di cui però non ha mai voluto fare il nome. Pacepa ne dubita. Anche lui nella sua veste di rappresentante diplomatico aveva avuto occasione di recarsi regolarmente in Vaticano, ma non era mai riuscito a prendere in un angolo un vescovo e scambiare con lui qualche battuta confidenziale. E non per mancanza di sforzi da parte sua. Hochhuth pubblicò il suo dramma teatrale nel 1963, corredato di una documentazione di quaranta pagine intitolata Osservazioni storiche che avrebbero dovuto suffragare le sue affermazioni. A sentire il generale era stata redatta dagli esperti del Kgb con l’ausilio dei documenti sottratti all’archivio vaticano.

Negli anni Settanta il capo del KGB, Andropov, spiegò il successo del lavoro teatrale dicendo molto semplicemente che la gente preferisce credere al sudiciume che non alla santità. Non aveva tutti i torti. Ma una volta confidò a Pacepa che se avessero saputo quanto Hitler odiava quel papa non avrebbero mai avviato la campagna diffamatoria. Adesso l’ex generale dei servizi segreti rumeni spera che il presidente Putin apra gli archivi del KGB e li metta sul tavolo affinché tutti vedano «quanto sudiciume i comunisti hanno gettato addosso a uno dei papi più importanti dell’ultimo secolo».

Hochhuth, quando nel febbraio del 2007 è stato chiamato a rispondere delle rivelazioni del capo dei servizi segreti rumeni dal deputato della CSU, Norbert Geis, le ha definite «perfette idiozie» e «stupidaggini». In fondo non è stato il KGB la causa del presunto “silenzio del Vaticano”. Tale scusa non ha soddisfatto Geis che ha chiesto che venga fatta chiarezza sull’argomento.

Tratto da: Contro la Chiesa. Miti, leggende nere e bugie (Michael Hesemann, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 2009).

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