L’apertura degli archivi su Pio XII e i pregiudizi da sfatare

Diversi saggi pubblicati a pochi giorni dall’apertura degli archivi si rivelano a tratti superficiali rendendo sempre più pressante la necessità di uno sguardo globale sui fatti per evitare semplificazioni e tesi infondate.

di Matteo Luigi Napolitano* (03-09-2020)

Oltre un anno fa gli studiosi accolsero con soddisfazione la decisione di Papa Francesco di aprire il 2 marzo 2020 gli archivi sul pontificato di Pio XII, che governò la Chiesa in un periodo irripetibile del Novecento, segnato dalla seconda guerra mondiale, dalla Shoah, dalla ricostruzione, dalle nuove speranze europee e dalla Guerra fredda. Nell’intento di Francesco c’era la determinazione di aprire una nuova stagione di studi sul tema. Ma come sappiamo, la chiusura pandemica fermò sul nascere le ricerche dopo soli cinque giorni, fino a metà giugno, quando gli archivi vaticani riaprirono per poi chiudere nuovamente per l’estate. Al momento, dunque, si stima in circa quaranta giorni il tempo effettivo lavorato dai ricercatori sulle nuove carte di Pio XII.

Ciò nonostante, alcuni studiosi hanno presentato precocemente gli esiti delle loro ricerche: uno di questi addirittura dopo soli cinque giorni, prima del blocco da Covid.

David Kertzer (nella foto a lato) ha appena pubblicato sulla rivista The Atlantic un articolo intitolato The Pope, the Jews, and the Secrets in the Archives che anticipa un saggio più lungo in preparazione. Fra i temi trattati: la situazione degli ebrei nel 1943 e il caso dei fratelli Finaly, i due orfani ebrei fatti battezzare da una cattolica francese.

Per Kertzer il silenzio di Pio XII determinò il triste destino degli ebrei nei Lager, condannando Pacelli a una damnatio memoriae nei tempi a venire. Secondo lo studioso le nuove carte vaticane confermerebbero il “silenzio” di Pio XII durante la Shoah, l’antisemitismo della Chiesa e «il ruolo che essa giocò nel render possibile lo sterminio di massa degli ebrei europei perpetrato dai nazisti». Sono affermazioni forti, ma indimostrate. Se la road map è quella di provare la logora tesi del silenzio e dell’antisemitismo di Pio XII, perché aprire gli archivi? Perché impegnarsi in lunghi e interessanti anni di indagini?

Una seconda tesi di Kertzer è che la collana edita degli Actes et Documents du Saint-Siège rélatifs à la seconde guerre mondiale (ADSS), nata nel 1965 dopo le prime polemiche su Pio XII, rivela le dolose omissioni dei curatori (i quattro padri gesuiti Pierre Blet, Robert Graham, Angelo Martini e Burkhart Schneider). Tali omissioni sarebbero chiare nel ix volume, che riguarda le vittime di guerra nel 1943 e in particolare della razzia al Ghetto di Roma.

La debolezza della tesi è palese. Gli ADSS videro la luce in pieno “caos archivistico” vaticano, per rispondere alle prime polemiche sul “silenzio” di Pio XII. I curatori dovevano dare agli studiosi “l’altra campana” della storia di Pio XII. La situazione del 1965 non è dunque neppure lontanamente paragonabile a quella del 2020. Oggi gli archivi vaticani ci consentono di trovar subito le carte desiderate; nessuno avrebbe ottenuto altrettanto negli anni Sessanta. Di conseguenza, non c’è dolo nella raccolta vaticana, ma solo il classico limite che s’incontra in archivi non ancora ordinati, situazione non rara. In Italia, per esempio, si è dovuto aspettare la fine degli anni Ottanta perché fosse riordinato, una volta scoperto in un palazzo nobiliare romano, il principale archivio di “Mussolini diplomatico”. Ne consegue che i primi volumi dei documenti italiani sul tema, usciti tre decenni prima, risentono di significative lacune a fronte delle successive scoperte.

Ma la smentita decisiva a Kertzer è una fonte per noi importantissima: il diario di uno dei quattro curatori degli ADSS, il padre Robert Graham (nella foto a lato), da noi rintracciato a suo tempo negli Stati Uniti. Alla data del 20 ottobre 1973 (si stavano licenziando l’VIII e il IX volume degli ADSS) si legge: «In questo momento ho le bozze del volume VIII sugli aiuti umanitari nel 1943 [volume che sarebbe poi diventato il IX]. Schneider dice che ora dovrei prepararne l’introduzione, che dovrà essere molto buona, a causa della natura della documentazione, naturalmente sulla questione ebraica e sull’opera di soccorso a Roma. Ho detto che c’è l’intera documentazione delle lettere inviate al Papa dopo il 16 ottobre (nessuna delle quali indicava una conoscenza di quanto si stava preparando). E poi c’è l’intero elenco degli appelli [per i] fratelli arrestati nell’autunno del 1943». Sono compatibili queste note privatissime di Graham con la tesi secondo cui il volume nono degli ADSS è pieno di dolose omissioni?

Veniamo ora a un corollario delle tesi di Kertzer. Egli afferma che il Vaticano adottò sempre un linguaggio antisemita nel preparare i suoi documenti ufficiali. Il riferimento è in particolare a mons. Angelo Dell’Acqua (1903-1971, nella foto a lato), minutante della Segreteria di Stato, poi Segretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari e infine vescovo e cardinale Vicario di Roma. Per Kertzer fu Dell’Acqua a convincere il Papa a non protestare contro i tedeschi dopo la deportazione degli ebrei romani, come invece aveva chiesto padre Tacchi Venturi, il gesuita noto per aver negoziato i Patti Lateranensi. Kertzer cita due note inedite, riprodotte in appendice al suo articolo. Una risalente a metà dicembre 1943, di padre Tacchi Venturi; l’altra di monsignor Angelo Dell’Acqua, datata 20 dicembre 1943.

Tacchi Venturi aveva preparato una Nota verbale sulla situazione ebraica in Italia, a suo dire non grave come in altre nazioni, sia per il limitato numero di ebrei presenti nel Regno, sia per il gran numero di matrimoni misti. Non v’era insomma «un vero sentimento di diffidenza verso gli ebrei». Non v’era «un ambiente ariano decisamente ostile all’ambiente ebraico». Molti ebrei avevano raggiunto in passato «posizioni elevatissime» ora perdute; parecchi erano stati Senatori, altri imparentati con grandi famiglie «di pura stirpe ariana». Altri avevano lottato per l’Italia, dal Risorgimento alla marcia su Roma. Ecco perché gli italiani detestavano le pratiche tedesche «contro gli ebrei nati in Italia e forniti della cittadinanza italiana». Da ciò Tacchi Venturi osservava che la Chiesa non avrebbe potuto tacere «senza venir meno alla sua divina missione».

Il testo di Tacchi Venturi (prot. 7769/43) fu dato il 19 dicembre 1943 dal segretario di Stato Maglione a Tardini nel corso di un’udienza (l’acronimo “Eae” nel foglio accompagnatorio significa infatti Ex audientia Eminentissimi; e non Eadem, come riporta Kertzer in appendice). Tardini lo affidò a Dell’Acqua con il seguente commento: «A me pare che in questa Nota verbale, ci siano verbosità e note stonate!».

Dell’Acqua studiò il documento e mosse dei rilievi. «Una cosa è la persecuzione degli ebrei che la Santa Sede giustamente deplora, soprattutto quando è condotta con certi metodi; e ben altra cosa è diffidare dell’influenza degli ebrei: questo può essere cosa assai opportuna». Occorreva dunque distinguere: diffidare degli ebrei non significava tacere sulle persecuzioni naziste. Era forse questo un atteggiamento antisemita? Dell’Acqua si chiedeva poi perché limitarsi a protestare per gli ebrei di cittadinanza italiana. E gli stranieri, di cui non pochi cattolici, che in parte avevano anche vissuto in Italia?

Dell’Acqua poi domandava se fosse giusto parlare apertamente in una nota ufficiale dei maltrattamenti inflitti agli ebrei dai tedeschi, e delle loro vergognose modalità, come Tacchi Venturi suggeriva. Da ciò Kertzer ricava la prova dell’antisemitismo di Dell’Acqua e del “silenzio della Chiesa”. Ma la verità si legge subito dopo: «Espressioni di questo genere non credo che possano servire a raggiungere lo scopo». E qual era lo scopo, due mesi dopo il 16 ottobre 1943? Non compromettere la rete di aiuti che si era attivata in tutta Roma per far sì che ebrei e ricercati di ogni tipo sfuggissero all’arresto e alla deportazione. Non sembra che di ciò Kertzer tenga debito conto.

Dell’Acqua osservava anche che in più occasioni Pio XII aveva menzionato con messaggi e discorsi la «questione razziale». Ma era opportuno minacciare un nuovo intervento? «Non otterrà l’effetto contrario?». Se torniamo alla “Roma nazista” del 1943, si comprenderà meglio il senso di questa domanda. Il fine era ad maiora mala vitanda: evitare mali peggiori, due mesi dopo il “sabato nero” al Ghetto di Roma. Una parola di troppo, e la rete di soccorso a Roma si sarebbe spezzata per sempre. Sappiamo che proprio la mattina del 16 ottobre 1943 il segretario di Stato Maglione aveva convocato l’ambasciatore tedesco Ernst von Weizsäcker, chiedendogli di fermare la razzia al Ghetto e in altri quartieri di Roma. L’ambasciatore avvertì che l’ordine proveniva da altissimo loco, e chiese a Maglione che cosa avrebbe fatto la Santa Sede se la razzia fosse continuata. La risposta di Maglione fu la seguente: «La Santa Sede non deve essere messa nella necessità di protestare: qualora la Santa Sede fosse obbligata a farlo, si affiderebbe, per le conseguenze, alla Divina Provvidenza».

Kertzer dimentica poi che la ventilata protesta vaticana trova riscontro negli archivi inglesi. Il 31 ottobre 1943, infatti, il ministro britannico in Vaticano Osborne scriveva: «Non appena seppe degli arresti di ebrei a Roma, il Cardinale Segretario di Stato diresse e formulò all’Ambasciatore tedesco una [sorta? Il gruppo è illeggibile] di protesta. L’Ambasciatore si mosse immediatamente…».

Kertzer non tiene neppure conto del diario dell’ambasciatore slovacco, Karl Sidor (pubblicato da Peter Slepčan e Róbert Letz); tale diario ha una pagina importante alla data del 31 ottobre 1943. Annotava Sidor: «P. Prešeren [uno degli assistenti del padre generale Ledóchowski per le province slave della Compagnia di Gesù] fece sapere una cosa molto interessante. Su ordine del Santo Padre, nella casa generalizia dei gesuiti vengono nascosti più di cento tra ebrei e ufficiali italiani. Allo stesso modo in ogni convento vengono nascosti ebrei con le intere loro famiglie. Al loro nutrimento provvede il Santo Padre. Dal Vaticano arrivano soldi e cibo. Si tratta di una notizia importantissima. Questo è il modo in cui il Vaticano si sta regolando nei riguardi degli ebrei. I tedeschi lo sanno e non è da escludere che venga fatto con la consapevolezza di alcuni tedeschi compiacenti. Non solo, tutta Roma lo sa, e anche dove vengono nascosti. I tedeschi ancora non hanno deciso di attaccare i conventi e nemmeno avranno il coraggio di farlo. Il mondo si ribellerebbe non tanto in difesa degli ebrei quanto dei conventi». Come si vede, allargando lo sguardo in modo sinottico ad altri archivi e documenti si scoprono panorami meno angusti.

Va poi aggiunto che monsignor Dell’Acqua “bocciò” la proposta di Tacchi Venturi anche per un’altra ragione: il Vaticano aveva scritto sulla «questione razziale» già due volte in via confidenziale all’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede. Una prima lettera per avere notizie sugli ebrei deportati da Roma; una seconda per chiedere di non procedere all’arresto e alla confisca delle proprietà degli ebrei della Venezia Giulia (zona operativa controllata da Hitler). Di queste due lettere confidenziali Kertzer tace; ma ve n’è ampia traccia nel già citato volume nono degli ADSS. Dell’Acqua riteneva quindi opportuno scrivere nuovamente all’ambasciatore tedesco in Vaticano sulla tragica situazione degli ebrei; e suggerì (Kertzer non lo ricorda) di far avvicinare da qualche personaggio influente il maresciallo Graziani (Ministro della guerra della Repubblica sociale italiana), per consigliare a Mussolini di agire con prudenza sulla questione ebraica. «Ma bisognerebbe anche far sapere ai Signori ebrei di parlare un po’ meno e di agire con grande prudenza».

Quest’ultima frase di Dell’Acqua per Kertzer è una sprezzante prova di antisemitismo. Ma non è tale se si tengono presenti le righe che immediatamente la precedono. La documentazione inedita dimostra infine che la nota di Tacchi Venturi non giunse mai sul tavolo del Papa.

Sul caso Finaly, dei due fratelli ebrei orfani, fatti battezzare dai tutori cattolici e portati in Spagna per sfuggire alla giustizia francese che li aveva assegnati a una zia israeliana, Kertzer evidenzia l’insensibilità della Chiesa cattolica, il cui rapporto con gli ebrei sarebbe cambiato soltanto con Giovanni XXIII, e successivamente con Paolo VI e la Nostra Aetate.

Le cose ovviamente sono molto più complesse se guardiamo alle fonti ebraiche. Da esse sappiamo che il vescovo di Grenoble e l’arcivescovo di Lione collaborarono con l’autorità giudiziaria per il rintraccio dei fratelli Finaly in Spagna. Il 6 marzo 1953 fu poi concluso un accordo segreto ebraico-cattolico. E le fonti ebraiche narrano che «il clero francese sarebbe già intervenuto presso il clero spagnolo e che si sarebbe sul punto di ricondurre i bambini a casa». Dalle stesse fonti sappiamo di un doppio registro dell’ebraismo francese nell’affare Finaly: il Rabbinato voleva mantenere il dialogo con il Vaticano, mentre altre organizzazioni sarebbero andate allo scontro, da sfruttare sul piano mediatico.

Che il quadro sia molto più complesso lo prova un testimone come Vittorio Dan Segre (1922-2014, nella foto a lato), all’epoca dei fatti addetto stampa presso l’Ambasciata d’Israele a Parigi: «È logico supporre che vi fosse un appoggio del Vaticano all’iniziativa messa in atto dal cardinale Gerlier attraverso la signorina Ribière, già segretaria di De Gaulle, incaricata di rintracciare i Finaly. La vicenda aveva avuto un’eco fortissima sulla stampa». E sul caso non si registrò mai «un contrasto tra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica». Infatti, dice Segre, «la signorina Ribière lavorava in piena libertà, senza incontrare ostacoli nelle gerarchie. Le difficoltà vi furono, ma arrivarono da un livello molto più basso».

Un’altra osservazione sul saggio di Kertzer riguarda i «nuovi documenti vaticani disponibili qui riportati per la prima volta». Il documento di Tacchi Venturi, Kertzer lo sa, fu parzialmente pubblicato proprio nel IX volume degli Actes. Nel dossier inedito c’è anche una versione integrale in tedesco: segno che Tacchi Venturi era sicuro che il Vaticano l’avrebbe approvato in tutto o in parte, al punto da prepararne una versione pronta per Berlino. È molto strano che Kertzer non ce ne informi, visto che questo documento si trova appena una pagina dopo il promemoria di Dell’Acqua. E gli esempi potrebbero continuare: dalla nota di monsignor Pizzardo del 23 gennaio 1953 (pubblicata per la prima volta in francese nel 1998; e in italiano nel 2005); ai documenti noti da tempo sulle vicende dei bambini ebrei del 1945-46.

Ma c’è dell’altro. Monsignor Dell’Acqua fu per alcuni mesi stretto collaboratore di monsignor Roncalli in Turchia. Entrato poi in Segreteria di Stato, fu uno dei più fedeli collaboratori di Pio XII. Una volta eletto, Giovanni XXIII lo consacrò vescovo in San Pietro, il 27 dicembre 1958. Dell’Acqua sarebbe rimasto con Papa Roncalli, «fedele esecutore del suo volere», assistendolo nella riforma della Curia romana. Giovanni XXIII sventò anche il tentativo degli «ambienti curiali più refrattari» di allontanare Dell’Acqua facendolo nunzio a Parigi (così Enrico Galavotti). È mai pensabile che il “Papa buono” avrebbe elevato alla dignità episcopale Dell’Acqua se avesse minimamente sospettato di sue inclinazioni antisemite? È mai pensabile che il Paolo VI della Nostra Aetate avrebbe elevato alla porpora un antisemita, il 26 giugno 1967, destinandolo all’importante funzione di cardinale Vicario di Roma? Sono scarti logici che Kertzer non risolve. Ma la storia, così come la natura, non ammette salti.

Su Pio XII siamo agli albori di una nuova stagione di studi che ci auguriamo lunga e proficua. Aiuterà di certo l’efficienza con cui gli archivi vaticani sono accessibili agli studiosi. Si pensi alla “democrazia digitale” che si vive all’archivio storico della Segreteria di Stato, dove ogni studioso accede a tutte le carte su Pio XII in tempo reale dal suo terminale, tagliando così i tempi di richiesta e di attesa dei dossier e ottimizzando quindi il suo lavoro. Caso più unico che raro e modello per altri importanti archivi nel mondo.

Se le prospettive di questa nuova stagione di studi sono quelle che auspichiamo, dalla “democrazia digitale” scaturirà una nuova “democrazia storiografica” che renderà il dibattito sempre più ricco e articolato.

*Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi del Molise

(Fonte: L’Osservatore Romano)

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