Anche se crollasse San Pietro

Un discorso dell’ultimo Papa romano.

di Marc Lindijer (13-06-2016)

È stato il primo Papa moderno, Pio XII, il Papa delle masse e dei mass media. Ma è stato anche — almeno per il momento — l’ultimo vescovo romano di Roma. Riconosciuto subito come tale quando fu eletto: già al nome Eugenio la folla in Piazza San Pietro scoppiò in liete grida per dare il benvenuto a Papa Pacelli. La stessa partecipazione ci fu quando, quasi vent’anni dopo, morì. Fanno ancora commovente impressione i filmati del suo corteo funebre che scorreva lungo e lento nelle vespertine strade di Roma.

«Nostra città natale ed episcopale», così Pio xii chiamò Roma davanti a 7.000 giovani degli Istituti medi superiori della città, ricevuti in udienza il 30 gennaio 1949: «Nostra città natale ed episcopale, a Noi quindi doppiamente unita», disse il Papa ai ragazzi che l’avevano salutato con grande entusiasmo, «in un crescendo di filiale esultanza e affetto».

L’ultimo papa “romano de Roma”

Questo duplice titolo valeva infatti per tutti i romani. Basti vedere il numero di udienze concesse alle loro rappresentanze, basti vedere quanto spesso Pacelli parlasse di Roma per capire come la città gli fosse carissima. Il primo gennaio 1949, accogliendo in udienza il sindaco Rebecchini e gli assessori, il Papa lodò il loro lavoro di ricostruzione della città, ancora segnata dalla guerra, e di progressivo ritorno a una normale vita, lavoro ispirato «alle millenarie e gloriose tradizioni religiose e civili dell’Urbe». Vide un chiaro legame tra l’opera sociale, già propagata dall’imperatore Marco Aurelio, e l’amore vicendevole comandato da Gesù Cristo. «Possa questo amore», augurò al sindaco di Roma il suo vescovo, «questo amore, che semina il bene e lo dispensa nella serena letizia del cuore, unire con indissolubili vincoli tutti i figli di Roma, gli amministratori e gli amministrati, quelli che danno e quelli che ricevono, avvicinandoli tutti a Dio!».

È noto come Pacelli ponderasse le sue parole, cercando sempre il giusto equilibrio tra la saggia prudenza e la fortezza cristiana. Quando quindi parlò delle «tradizioni religiose e civili» di Roma, non per caso mise al primo posto quelle religiose. Ai ragazzi degli Istituti medi superiori spiegò come «i resti e le tracce della storia profana» della città «narrano gli eventi di tempi andati, parlano di stirpi e di civiltà tramontate, di potenze e di grandezze estinte», mentre «dinanzi alle testimonianze del passato cristiano (…) sentiamo sempre qualche cosa d’immortale». Vive ancora la fede che esse annunziano, vive ancora la Chiesa a cui esse appartengono, e mentre cambiano gli ordinamenti e le leggi che reggono il suo ordinario governo, rimangono le stesse la sua struttura, nei suoi caratteri essenziali, e la sua vita interna. «La Chiesa, stabilita su Pietro e sui suoi successori (…) doveva essere la Chiesa di Cristo, una in sé e duratura sino alla fine dei tempi». Poi continua: «Fu una disposizione della divina Provvidenza che Pietro scegliesse Roma come sua sede vescovile. Qui, nel circo di Nerone (…), egli morì come confessore di Cristo; sotto il punto centrale della Cupola gigantesca era ed è il luogo del sepolcro di lui». Se mai un giorno «la Roma materiale dovesse crollare, se mai questa stessa Basilica Vaticana, simbolo dell’una, invincibile e vittoriosa Chiesa cattolica, dovesse seppellire sotto le sue rovine i tesori storici, le sacre tombe che essa racchiude, anche allora la Chiesa non sarebbe né abbattuta né screpolata; rimarrebbe sempre vera la promessa di Cristo a Pietro, perdurerebbe sempre il Papato, l’una indistruttibile Chiesa, fondata sul Papa in quel momento vivente».

È lungo appena cinque pagine il discorso ai giovani su Roma aeterna, città che «in senso cristiano soprannaturale è superiore alla Roma storica», e con questo anche uno dei più lunghi sul tema che avrebbe tenuto Pacelli, vescovo romano di Roma. Per conoscere meglio, più profondamente il suo pensiero, bisogna tornare indietro nel tempo, al 23 febbraio 1936, e non all’Aula delle benedizioni della Basilica vaticana ma all’Oratorio borrominiano della Chiesa nuova, dove il cardinale Eugenio Pacelli, segretario di Stato di Pio xi, diede una conferenza su «Il sacro destino di Roma», e cioè il fine per cui la divina Provvidenza preparò i romani e la loro città. Roma, «la madre comune dei credenti», e «la Casa vaticana del Padre comune», e «la comune casa di tutti i figli della Chiesa». Oggi, ottant’anni dopo, in pieno anno giubilare della misericordia, è difficile non vedere come queste parole siano ancora vere.

Città eterna, «città di Dio, città della Sapienza incarnata», avrebbe detto nel 1936 il cardinale Pacelli. E i suoi cittadini, cosa compete a loro? «Essere romano — disse nel 1951 il Papa ai membri della nobiltà e del patriziato — significa essere forte nell’operare, ma anche nel sopportare». E sei settimane dopo esortò gli alunni del Liceo Visconti e dell’Istituto Massimo a non dimenticare «l’alto titolo di “romano”». A Roma «ogni opera deve essere egregia ed esemplare, perché a Roma sono costantemente rivolti gli occhi dell’Italia, come a suo centro, e del mondo, come a suo faro. Qui ogni fatica, maturamente intrapresa e fermamente proseguita, deve giovare al bene universale; qui ogni giustizia più alta, ogni virtù più schietta, ogni pietà più ardente deve essere appannaggio di ciascuno che abbia il privilegio di chiamarsene cittadino, e in lui debbono in qualche modo rifulgere le leggi e le tradizioni, che fanno venerando e glorioso il nome di Roma».

FONTE: osservatoreromano.va

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