Pio XII, il pontefice degli umili

“Romano de Roma”, si prodigò per aiutare tutti coloro che venivano travolti dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Nasce ricchissimo ma dona tutti i suoi averi ai più bisognosi.

Per Papa Pio XII (Eugenio Pacelli, 1876-1958) il 1943 è una lunga notte.

Specialmente l’estate di quell’anno, con la caduta del fascismo e, soprattutto, il bombardamento di Roma che papa Pacelli cerca in tutti i modi prima di evitare e poi di ritardare.

Il “principe di Dio”, come viene chiamato Pio XII, e infatti “romano de Roma” e attraverso la Radio Vaticana fa sentire piu volte la sua voce prima per la pace (come sta facendo adesso Papa Francesco per la pace nel mondo), poi per alleviare le sofferenze di civili e militari prigionieri nel corso del conflitto. E per aiutare il più possibile gli ebrei, vicenda sulla quale però — a distanza di quasi ottant’anni — continua a esserci polemica e discordia tra gli storici e non solo.

Quell’estate di 70 anni fa, Pio XII e ormai l’unica autorità — di fatto — presente a Roma. È lui che esce dal Vaticano, insieme al fido pro-Segretario di Stato Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI, 1963-1978), poco prima della fine del bombardamento del 19 luglio e corre nel quartiere popolare di San Lorenzo, duramente colpito dalle bombe alleate anche perche e vicino allo snodo ferroviario della Stazione Termini. È lui che arriva in mezzo alla gente distribuendo denaro, provvedendo in qualche modo a portare una benedizione, preghiera e conforto. E l’immagine più famosa di quel triste giorno e la sua figura, alta e ascetica, cosi magra da sembrare ancora piu alta, mentre spalanca le braccia quasi fossero ali pregando e benedicendo la folla.

Questa foto, in realtà, non fu scatata il 19 luglio 1943 nel quartiere San Lorenzo, ma il 13 agosto dello stesso anno, davanti alla Basilica di San Giovanni, in occasione del secondo bombardamento su Roma.

«Pastore premuroso»

Un gesto rimasto nella storia. Papa Francesco ricorda quell’uscita straordinaria del Papa dal Vaticano in una lettera al cardinale Agostino Vallini, allora vicario di Roma: «Papa Pacelli — scrive Jorge Mario Bergoglio — non esitò a correre, immediatamente e senza scorta, tra le macerie ancora fumanti del Quartiere di San Lorenzo, per soccorrere e consolare la popolazione sgomenta. Anche in quell’occasione si mostrò pastore premuroso che sta in mezzo al proprio gregge, specialmente nell’ora della prova, pronto a condividere le sofferenze della sua gente». E ancora il Papa sottolinea come questo gesto sia segno «dell’opera incessante della Santa Sede e della Chiesa nelle sue varie articolazioni, parrocchie, istituti religiosi, convitti, per dare sollievo alia popolazione. Tanti vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose a Roma e in tutta Italia furono come il Buon Samaritano della parabola evangelica, chinatosi sul fratello nel dolore, per aiutarlo e donargli consolazione e speranza. Fu quella una gara di carità che si estendeva a ogni essere umano in pericolo e bisognoso di accoglienza e di sostegno».

Regalò tutto ai poveri

In quei giorni amari e lontani, Papa Pacelli continua a essere vicino alla gente anche con piccoli gesti. Non beve caffè (non lo farà fino alla fine della guerra), destinando caffè e zucchero Oltretevere agli ospedali e ai poveri di Roma; non vuole che il suo appartamento, d’inverno, sia riscaldato: se la gente soffre il freddo anche lui deve soffrirlo, per essere vicino a tutti; soprattutto, spende tutto il suo denaro (ed è tanto, essendo i Pacelli una ricca famiglia nobiliare romana) per aiutare chiunque, cercando di essere il più possible presente in mezzo alia gente. Ogni giorno in Vaticano la sua fedele assistente, suor Pascalina Lehnert, organizza le udienze in cui tanti si rivolgono al Papa per qualunque tipo di aiuto.

Alla fine, quando muore, di lui restano solo tre camicie. Rattoppate.

(Fonte: Miracoli)

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